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La mia storia da Gubbio a Viterbo - Capitolo 1 PDF Stampa E-mail
Domenica 15 Gennaio 2012 17:47

Foto: Bruno Matteacci

Pubblico la storia, una storia lunga, lunga una vita, di mio zio, Bruno Matteacci, nato a Gubbio nel 1936, ma Viterbese sin da piccolo. La pubblico, perché basta cambiare i nomi ed ognuno di noi, in più parti della narrazione, ci si ritrova.

Oh sì! I ragazzi di oggi non la vivranno come chi, negli anni descritti in questa storia, ne è stato partecipe, erano davvero altri tempi, ma certo servirà loro, per comprendere quanto è bella la Vita, quanto è importante il Ricordo, quanto è educativo il Dolore.
Tre brevi parole che allungano la memoria, quella memoria che ci ha consentito di conoscere, crescere, migliorare per l'unico nostro fine: amare il prossimo.

Mauro Galeotti

AVVISO: Chi avesse già letto la storia sul quindicinale La Città, cartaceo, può continuarla cliccando QUI

Ai miei genitori Giuseppe e Maria
A mia sorella Bruna
Ai miei figli Patrizia e Giuseppe.
Ai miei adorati nipoti: Federica, Daniela, Iacopo, Viola e Fiammetta


PERCHE' NON VENGA DIMENTICATO
CIO' CHE E' STATO.


In questo modesto scritto, privo di alcuna pretesa letteraria sono, senza dubbio,
presenti ripetizioni di concetti religiosi, ma non di avvenimenti, episodi e fatti.

Io non me ne dolgo, perché in questo mondo, egoista e desideroso solo di benessere del corpo, ci vivo male.   
Spesso la mia mente ritorna all'infanzia e rimpiange certe situazioni che, seppure vissute nel poco;
in quel poco c'era tanta felicità, tanto amore, tanta serenità; c'era quello che si chiama "famiglia".

Bruno Matteacci

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Capitolo 1

Alle ore sette e trenta di venerdì 10 luglio 1936 vidi, per la prima volta, la luce del mondo, di questo magnifico mondo, dove è stato bello vivere e mi auguro di continuare, ancora, fino a che Dio vorrà. Intanto sono giunto alla bella età di sessantanove anni, quarantatre giorni e due ore; momento in cui mi sono seduto nel mio studio, davanti ad un computer, con lo scopo di scrivere quanto ricordo della mia vita; con la speranza che qualcuno dei miei successori, un giorno, dedichi del tempo per sapere qualcosa in più di Bruno Matteacci e dei suoi familiari, che sono poi le radici.

La mia famiglia, che abitava nel Comune di Gubbio (Perugia), in località Casamorcia, al numero 62 era composta da mio padre Giuseppe, mia madre Maria Ceccarelli e dalla mia amata sorella Bruna, di anni tre. La mia era una famiglia, come ce ne erano tante, modesta, operatrice, serena, religiosa che amava vivere anche con quel poco, spesso troppo poco, che era possibile guadagnare onestamente.
Mio padre, nato a Pietralunga (PG), vocabolo "Ronzano", il 3 Marzo 1906,  figlio di un colono, perse la madre Rosa all'età di sei anni rimanendo con la sorella Letizia di anni undici, i fratelli Salvatore di anni tredici, Eugenio di otto e Tommaso di due. Il nonno Luigi, che amava molto la moglie Rosa Cecchini, tra stenti e sacrifici, tirò, come soleva  dire, "la baracca verso il domani".
La vita era dura viverla con i proventi della terra, erano tempi in cui i prodotti del sudato lavoro venivano accaparrati, per la maggioranza, dai proprietari del fondo agricolo che tenevano sotto il giogo l'operaio e che da questi pretendevano oneri e onori. Mio nonno Luigi era, come mi raccontava mia madre, il "timbro" della persona di mio padre: stessa taglia, uguale portamento, identico carattere; era uno che diceva "pane al pane e vino al vino"! Era un'epoca in cui la maggioranza degli uomffino
ini, per non dire la totalità, portava il cappello. Mio nonno rinunciò a questa usanza con lo scopo di evitare di togliersi il cappello, come era uso fare, non nel senso di saluto, ma nel senso di sottomissione davanti al proprietario terriero; quindi il nonno non portando, volutamente, il cappello, non aveva questo non gradito dovere.
In una notte fredda del 1929, nel periodo di carnevale, in una festa da ballo, Maria e Giuseppe si incontrarono.
Giuseppe, che era un bravo ballerino, chiese, a mio nonno Cesare Ceccarelli, il permesso di poter ballare con la figlia Maria. Ottenuto il consenso la coppia si fece rapire da un valzer, suonato da un esperto fisarmonicista della zona di Sioli. Quello non fu che l'inizio di un grande amore che si coronò col matrimonio l'8 febbraio 1930.    L'ingresso di mia madre nel nucleo familiare dei Matteacci cambiò, totalmente, il modo di vita della famiglia; ella portò un raggio di sole che illuminò il futuro di tutti.
Nel momento della trebbiatura del grano, nell'anno 1930, la mamma dovette affrontare, da sola, quello che era l'organizzazione e la gestione del pranzo che aveva carattere di gran festa e quasi, quasi si potrebbe dire: era un'occasione per fare, di un momento di lavoro, sfoggio di cibi, di stoviglie e tovaglie.

La mamma, visto che la gestione della casa era allo sbando in quanto zia Letizia, sorella di mio padre, non era in buona salute e il resto della famiglia era composto solo da  cinque uomini che badavano, maggiormente, al lavoro dei campi, alla custodia degli animali, alla disponibilità di un buon sigaro, di un pacchetto di sigarette "Alfa" e di un buon bicchiere di vino, prese, come era solita dire "le redini della casa" e affrontò la riorganizzazione di quanto necessario per fare la giusta, dovuta, bella figura agli occhi  di tutti e del proprietario della trebbiatrice.
Era usanza consolidata che al proprietario della trebbiatrice e delle altre macchine necessarie per la trebbiatura venisse riservato un tavolo separato a quello grande, a ferro di cavallo, destinato agli altri lavoratori, che normalmente erano vicini coloni con i quali c'era lo scambio della mano d'opera.
La mamma, in previsione di quanto voleva fare, prese una certa quantità di polli, di conigli ed un cesto contenente uova fresche e, a piedi, s'incamminò, con passo sicuro, su una strada incerta per andare ad Umbertide per vendere il tutto.
Mentre mamma mi raccontava questo episodio, eravamo a bordo di una fiammante Alfa Romeo Turbo 155 di 1990 cc., percorremmo il tratto che ella fece "a piedi" 60 anni prima, con un non indifferente peso.
Era ed è una strada assai lunga; quel giorno, ricordo, che fermai l'auto in prossimità del ponte a Umbertide, punto dove la mamma si fermò a vendere i prodotti del lavoro della famiglia, tra una mia lacrima e lo stato di commozione di mamma, ci abbracciammo e ci baciammo.
La mamma vendette tutto ciò che aveva portato e con il ricavato integrò il contanti che aveva ed acquistò tovaglie, piatti, posate, bicchieri e quant'altro utile per la famiglia; non dimenticando sigari e sigarette per gli uomini di casa.
I Matteacci, nella zona, erano conosciuti con l'appellativo: "i Moravola" in quanto così si chiamava la località dove abitavano. Detto soprannome fu quindi riservato ai Matteacci e loro eredi.
Infatti, tuttora, se mi reco in una zona limitrofa a Pietralunga o Gubbio, per far sapere chi sono, devo dire: "sono Bruno Matteacci, figlio di Giuseppe di Moravola" e tutto è facile, per gli "anziani", per mettere a fuoco la persona che hanno davanti.

Il tempo trascorreva tra il lavoro e le tante difficoltà che trovava mio padre in quanto non amava lavorare la terra. Lui è stato sempre un bravo artigiano, sapeva fare anche il fabbro.
Mi raccontava che all'età di tredici anni costruì uno "schioppo" che utilizzò una sola volta, in quanto in una battuta solitaria di caccia si incontrò con dei carabinieri che gli tolsero l'arma, promettendogli che non avrebbero detto nulla al nonno Luigi, il quale era scarso di complimenti. A casa del nonno Luigi, come in molte case di contadini, si uccideva il maiale e, in occasione di quella giornata, si faceva una bella cena con i parenti più vicini e qualche amico del circondario.
Mio padre raccontava che per lui non era una festa in quanto per "festa" lui intendeva, in quella occasione, mangiare la carne del maiale.
C'era l'usanza di fare la "padellata", molto piccante a base di pepe a volontà, in quanto il tutto così piccante aiutava e spronava il bere del buon vino della zona.
Mio padre aveva in quella circostanza circa sette anni e di cibi piccanti non ne voleva sentire.
Stante il fatto che l'abitazione era lontana dal paese e quindi dal luogo dove era possibile acquistare sali, spezie e quant'altro necessario per una famiglia, al ritorno del nonno dallo "spaccio", mio padre, di soppiatto, prese il "cartoccio" di carta paglia, di colore giallo, pieno di acini di pepe e lo gettò, spargendolo a tipo di semina, nell'orto che si trovava davanti alla propria abitazione, dicendo tra sé e sé: "vedrai che questa volta la padellata la mangio pure io!".
Nell'ora della cena, il sole era calato dietro il monte, la persona addetta alla cucina disperatamente si mise alla ricerca del "cartoccio" contenente il pepe. Tutto fu invano, il pepe non venne trovato; lo spaccio era lontano e quindi la soluzione ultima fu quella di cucinare il tutto senza pepe.

Giuseppe ebbe ragione, quella volta anche lui mangiò, con gusto, la padellata di maiale che non aveva il difetto di "piccare".
Ricordo altri episodi giovanili della vita di mio padre che mi sono stati raccontati da lui o da qualche amico che ho avuto modo di conoscere nelle varie escursioni fatte nei luoghi dove il babbo ha vissuto.
Mi è stato raccontato, da più persone, che il babbo era un ottimo cavaliere, tanto che andava a cavallo senza sella, cioè a "pelo".
Una volta fece una gara che consisteva nel cavalcare la propria cavalla, senza sella, tenendo per ogni mano un fiasco, pieno di vino.
La partenza ebbe luogo tra due ali di popolo festante e il babbo, forte della sua esperienza, salì in groppa alla sua cavalla e, dopo una sferzata data all'animale da un organizzatore, partì come un razzo percorrendo la bianca strada, al centro della stessa, fino a quando, nell'abbordare una curva, intuì che la cavalla aveva stretto troppo, sulla destra, facendogli correre il rischio che, a causa della presenza del parapetto di un sottostante ponte, la gamba destra venisse schiacciata contro il muretto.
A quel punto, al babbo non rimase che tentare l'incredibile, cioè alzare la gamba destra e restare seduto sulla cavalla, per quanto sufficiente ad evitare la collisione. Chi assistette alla scena disse: "solo Peppe di Moravola poteva fare una mattata del genere".
Non sempre le cose andarono per il senso giusto. In occasione di una scommessa, sempre sullo stile di quella che lo rese famoso, nell'abbordare una curva, con un fiasco per mano e senza sella, a  causa di una improvvisa impennata della cavalla, cadde e si ruppe il braccio destro che poi, nel corso della vita, detto incidente lo salvò da pericoli maggiori.

All'età di venti anni, il babbo si arruolò nell'Esercito italiano, scegliendo il corpo del Bersaglieri e fu destinato al 1° Reggimento Bersaglieri a Napoli.
Di quel periodo custodisco gelosamente la sua fotografia in divisa col piumetto di cui era orgoglioso, mi raccontava che: "penna su penna aveva fatto il cappello con le piume più lunghe del reggimento".
Come ho brevemente accennato, mio padre non amava lavorare la terra, diceva: "la terra è bassa".
Sin da giovane, si dedicò all'arte del calzolaio anche se, per necessità di sopravvivere, non disdegnava effettuare qualsiasi, pur umile, lavoro allo scopo di dare un decoroso sostegno alle esigenze della famiglia.
In epoca di trebbiatura era un ottimo "imboccatore", cioè era colui che stava sulla trebbiatrice e riceveva i "fasci" di grano legati che, dopo aver tagliato la "legatura", "imboccava" nella macchina dove i potenti denti della trebbiatrice dividevano il grano dalla "pula" e dalla paglia.
Ricordo che i miei genitori; in occasione di una gita fatta, negli anni cinquanta, a bordo della loro Fiat Topolino 500 cc., di colore verde, con la capotte bianca alla "fiorentina", mezza balestra, mi dissero, allorché percorrevamo la strada che porta alla Basilica di Sant’Ubaldo, sul monte Ingino a Gubbio, che qualche pianta di abete che faceva bella mostra di sé, era stata messa a dimora da mio padre, in occasione di qualche giornata di lavoro che egli fece con la Forestale.
Una delle prime grandi gioie dei miei genitori fu la nascita della figlia che avvenne, in località Montelovesco, il giorno 25 marzo 1933, alla quale, stante il fatto che era una bella bambina con i capelli neri, fu imposto il nome Bruna.
La famiglia di Giuseppe, Maria e Bruna era felice, mancava la realizzazione  di un sogno, quello di andare ad abitare in un centro abitato, stare in comunione con altri, vivere i privilegi e i problemi del paese.
Decisero, di trasferirsi a Gubbio, nella frazione di Casamorcia, in un appartamento composto da camera, cucina, sala ed un magazzino a piano terra. Il lavoro di calzolaio lasciava a desiderare infatti, nelle campagne, la gente camminava scalza. I miei genitori mi raccontavano che la gente portava le scarpe adagiate sulla spalla e le  indossava solo all'ingresso del paese, per poi toglierle quando uscivano dalle porte del paese stesso per recarsi nelle campagne dove avevano la propria abitazione.
Il consumo e la necessità di riparare le scarpe era quindi sempre molto limitata e chi ne pagava le conseguenze era il calzolaio, fra i quali mio padre che, come detto, si adattava a qualsiasi lavoro pur di non far mancare il necessario alla mamma e a Bruna. Nel 1936 il babbo, in epoca di mietitura del grano andò, con la mamma, ad effettuare qualche giornata di lavoro presso  proprietari di terra in zona Pierantonio.

In quel periodo mamma era in attesa della mia nascita, quindi poco poteva lavorare, ma la gentilezza e l'umanità dei datori di lavoro, stante la condizione di mamma, le risparmiarono la faticosa opera della mietitura, dandole l'incarico di provvedere a trasportare piccoli recipienti, pieni di acqua, per dissetare le operaie e gli operai che sotto i bollenti raggi del sole mietevano le dorate spighe di grano.
La sera del 9 luglio del 1936, mentre i miei genitori rientravano a casa ebbero il primo cenno del mio arrivo; portarono mia sorella Bruna dalla nonna Assunta, madre di mia madre, dove la lasciarono e i due, con tanta stanchezza nel corpo, ma con tanto amore nel cuore si diressero all'ospedale di Gubbio dove il giorno successivo nacqui.
Prima di prendere in esame l'epoca successiva alla mia nascita mi corre l'obbligo dire quanto ricordo della famiglia di mia madre, Maria Ceccarelli.
I nonni materni si chiamavano: Cesare Ceccarelli (22-2-1881 / 22-4-1946) e Assunta Grelli (22-6-1888 / 26-7-1979); avevano otto figli: Maria, mia mamma, (17-1-1913 / 14-2-1996); Ubaldo (23-1-1915 / 18-2-2000); Dante (18-7-1916 / 6-10-1998); Giuseppe (8-3-1919 / 9-11-1991); Ida (1-4-1922); Anna 1924; Emilio 1927; Giuseppa (13-4-1930 / 11-7-1962). In verità i nonni ebbero altri quattro figli dei quali, purtroppo, due non nacquero e due, Nello e Nella, morirono.
Il nome di Nella fu imposto, come terzo nome, a mia sorella Bruna la quale aveva anche il nome di nonna Rosa; mentre il nome Nello fu imposto a me che ho anche il nome del nonno paterno, Luigi.
Anche la famiglia Ceccarelli aveva radici agricole; viene ricordata, nella zona Camporeggiano – Pisciano - Nerbici, come gli "Orconi"; soprannome che tuttora è richiesto per dare, agli anziani, la possibilità di riconoscere un soggetto ed attribuirlo a quella casata.

Dei nonni materni ricordo i volti, il loro amore che avevano per i nipoti come del resto ho scolpito nel cuore e nella mente l’immagine di tutti gli zii, fra i quali Giuseppe, mio compare e zio Emilio, quasi coetaneo, che più che zio era ed è un caro amico con il quale ho fatto delle birbonate e tuttora faccio delle belle gite nei territorio eugubino. Relativamente alle zie ricordo zia Pina con la quale avevo un rapporto amichevole poiché ella aveva sei anni più di me, quindi era una cara amica più che zia, mentre con zia Ida, residente a Gubbio e zia Anna residente a Roma, spesso ci vediamo o ci sentiamo.
Con i cugini c'è solo rispetto; essendo io il più grande, avrei tanto gradito tenere rapporti più da parenti che da semplici conoscenti. Purtroppo nella vita non si può avere tutto!
Avrò occasione di parlare, in seguito, più dettagliatamente, dei vari componenti le famiglie Matteacci e Ceccarelli; per ora ritengo più giusto parlare della mia presenza nella famiglia Matteacci e raccontare quanto mi è possibile.


Appena mamma ebbe partorito, nella famiglia, ci fu un’esplosione di gioia: la femmina c'era da tre anni e si  chiamava Bruna, era bella e mora. Ora è arrivato il maschio che,  anche se con i capelli biondi, fu chiamato Bruno, con l'augurio che i due, forti pure di avere lo stesso nome, si amassero sempre di più durante la loro vita, che veniva guardata da Maria e Giuseppe, con tanto amore e dolcezza.
Il babbo dopo essersi accertato che il nascituro era "veramente" maschio pretese che al figlio fossero tolte le "fasce" allo scopo di dare un bacio sul "pipo", come lo chiamava il babbo.
Soddisfatto e tanto contento che, avrebbe voluto, se potuto, far suonare il "campanone di Gubbio" per esternare la sua gioia di avere un "maschio", ma dovette reprimere questa gioia e partire per andare a lavorare.
Mi raccontava il babbo che, mentre lavorava, non sentiva la fatica, ma un senso di gioia e, per un attimo, tanto quanto necessitava per effettuare un sospiro, a voce alta diceva: "Ho un figlio maschio"! Questa nenia si ripeteva tutti i giorni, il babbo era alle stelle e gli amici, che con lui prendevano parte a questa gioia, lo assecondavano.
I giorni trascorrevano sereni, ma il babbo si dimenticò di denunciare la mia nascita, correndo così il rischio di dover pagare una certa somma, nelle casse del Comune, per tale omissione.
Per evitare la multa gli fu suggerito di dichiarare che il figlio Bruno era nato il 15 luglio 1936 allo scopo di rientrare nei termini stabiliti dalla legge.
Il babbo così fece: fatta la legge, trovato l'inganno!
Io sapevo di essere nato il 10 luglio, ma all'età di sei anni, in occasione della consegna della prima pagella scolastica della mia vita notai la data del 15 luglio. Subito mi presentai alla mia ancora amata maestra Forti per contestare l'errore.
Fu necessario l'intervento dei miei genitori per chiarire, alla maestra ed al sottoscritto, quanto accadde nel lontano 1936.
Il babbo aveva necessità di lavorare, la sua passione era fare il calzolaio, attività per la quale si sentiva trasportato essendo, ogni giorno, più convinto che quello era il suo mestiere perché in esso vedeva rappresentate tutte le sue capacità artigianali.

Dopo averne parlato con mamma e con i suoceri e aver trascorso qualche notte insonne prese contatti con il suo caro amico, Renato Monacelli,  che aveva la stessa necessità di lavoro.
Di comune accordo decisero di partire e, come diceva il babbo: " in bicicletta, con due lire in tasca, tanta buona volontà, via alla scoperta del mondo".
La notte che precette la partenza fu trascorsa insonne, mamma e babbo parlarono  a lungo, la conversazione verteva sui figli, sul domani della famiglia, sulla certezza che  il babbo, quanto prima, avrebbe trovato un alloggio nel "nuovo sconosciuto mondo" e si sarebbe fatto raggiungere. Giunse il momento dell'arrivederci; un bacio ai figli ed alla moglie, uno sguardo alla immagine religiosa di Sant’Ubaldo e giù per le scale.
Era una mattinata fresca e leggermente coperta da un manto di nebbia.
Aperto il magazzino e indossato lo zaino, contenente quanto possibile,  dopo aver controllato, ancora una volta, l'efficienza dei freni della sua bicicletta Legnano', dato un bacio ed un abbraccio a mamma, Giuseppe Matteacci partì; destinazione la tanto reclamizzata Littoria.
Nel raccontare il viaggio da Gubbio a Littoria, città fondata da Mussolini nelle Paludi pontine, mi limiterò a narrare, solo, quanto riguarda mio padre in quanto nei confronti di Renato Monacelli ho solo tanto rispetto perché, in momenti tristi e difficili, hanno diviso problemi e guai; di gioie non ne ho sentito mai parlare se non quando parlavano dei familiari.

Il babbo, infatti, diceva che gli unici momenti di felicità erano quelli che affioravano alla sua mente soltanto quando pensava ai figli, alla moglie e ai luoghi della sua  Gubbio.
I chilometri da percorrere erano tanti, la forza nelle gambe non mancava e la speranza, di un domani migliore, era immensa, specialmente se si raffrontava alle sofferenze passate e alle incertezze che si ripetevano tutti i giorni.
Le ore passavano lentamente, le soste erano tante a causa delle forature delle gomme. All'interno, i copertoni delle ruote delle biciclette, avevano una camera d'aria, così chiamata, perché essa doveva contenere aria che veniva immessa, a pressione, con una pompa a mano.
Il babbo mi diceva che era arrivato ad un punto che, stante le numerose pezze incollate, al fine di poter continuare il viaggio, non  sapeva più di quale colore fosse la camera d'aria, in quanto per i buchi riparati venivano usati pezzi di vecchie camere d'aria di vari colori.
Il babbo, prudentemente, evitava di sostituire, interamente, la gomma allo scopo di garantire il più possibile la prosecuzione del viaggio, in quanto la riserva di camere d'aria era limitatissima e i soldi erano pochi.
Dopo aver affrontato, sotto un sole cocente, ripide salite, spianate polverose e tentato di gustare qualche discesa, che consentiva il temporaneo riposo delle gambe, giunsero a Settebagni, in provincia di Roma.
L'appetito, per non dire la fame, era tanto; durante il loro andare, l'unica cosa che ogni tanto facevano era quella di raccogliere, lungo le campagne che fiancheggiavano la strada, qualche frutto che serviva loro come cibo e rinfrescante della bocca.
Il primo pensiero che ebbero, all'ingresso della borgata, fu quello di acquistare, in uno "spaccio", un chilo di spaghetti, per poi recarsi in un punto di ristoro, detto "vino e cucina", dove si fecero cuocere gli spaghetti che  dovevano essere conditi con olio e sugo di pomodoro, innaffiati, poi, da del buon vino.
Mentre una robusta signora, moglie del titolare dell'osteria, si apprestava a cucinare quanto richiesto, il babbo ed il suo amico Renato parlavano dei propri famigliari ed il loro ricordo era un incitante stimolo a continuare il viaggio.
L'attesa non fu lunga, il carbone, usato per cucinare, era leggermente bagnato,  causava quindi del noioso fumo che anneriva, ancor più, il tetro locale.

Gli spaghetti, ben conditi e fumanti, furono presentati, a Giuseppe e Renato, in un grosso bacile, mentre il proprietario del locale portava un fiasco di vino e due bicchieri.
Non restava altro che mettere nei piatti il tanto desiderato cibo; cosa che fece Renato. Il babbo, è stato sempre una buona "forchetta" e, a tale proposito, ricordo che lui usava una forchetta ai quali allargava i denti di presa, allo scopo di raccogliere dal piatto più pasta possibile.
Ho, e la tengo gelosamente, per mio uso, la forchetta che il babbo ha usato fino  al giorno che è stato chiamato in cielo.
Con i due piatti pieni di pastasciutta e qualche rimasuglio nel "bacile" il babbo, con un gesto a me noto, infilzò il cumulo di spaghetti, pronto ad arrotolare la forchetta e portare il tutto alla bocca, ma la felicità durò un solo istante!
Nel momento di portare la forchetta alla bocca, il babbo vide che, tra uno spaghetto e l'altro, c'era una grossa mosca morta.
Tutto crollò in quell'attimo, la fame sparì, la rabbia salì al massimo.
Il babbo, con un plateale gesto, spinse lontano da sé il piatto e dichiarò che non avrebbe  mangiato.
Renato, non se lo fece dire due volte; invitò il babbo a mangiare qualcos'altro chiamando la cuoca per sentire cosa poteva dare, in sostituzione di ciò che veniva rifiutato.

La  risposta del babbo fu secca e definitiva: "Renato, ti ringrazio, mi si è chiuso lo stomaco, anche se facessi uno sforzo, nel mio stomaco, non entrerebbe nemmeno uno spillo; ti prego mangia tu". Renato mangiò tutta la pasta!
Il cielo, che fino a quel momento era soleggiato, agli occhi di mio padre divenne buio e, senza dire una parola, ripresero il cammino verso sud.
All'imbrunire non era prudente continuare, ulteriormente, il viaggio; erano giunti a Monterotondo e la stanchezza si faceva sentire.
Gli "spacci" avevano chiuso i battenti; per fortuna ne trovarono uno ancora aperto, entrarono e decisero di acquistare un po’ di ventresca di maiale, di quella salata; un fiasco di vino, un "filone" di pane, il tabacco "trinciato", delle "cartine" e due pacchetti di sigarette.
Prima di mettersi a mangiare cercarono un punto in cui era possibile trascorrere la notte, sotto un tetto, allo scopo di difendersi dalla umidità e dalle zanzare.
Fatte poche centinaia di metri, sul ciglio di una curva era un casolare che aveva dipinte sul fianco, verso la strada, delle strisce bianche e nere, atte a segnalare la costruzione, che aveva un angolo rasente la strada stessa.
Il babbo e Renato oltrepassarono il cancello di legno, che era semiaperto, ma si dovettero subito fermare perché un grosso cane pastore, bianco, con grossi denti, si mise ad abbaiare.
Si fece avanti un uomo che, sopra i pantaloni, indossava i cosciali di pelle di pecora; aveva in mano un frustino di nervo con il quale, alla vista dei due, ordinò al cane di andare a cuccia.
I due nel salutare quel "signore", così il babbo ha sempre definito quella persona di Monterotondo, chiesero se era possibile trascorrere la notte sotto la tettoia che si trovava nell'aia.
La risposta fu migliore di quella sperata ed attesa dai due; il "signore" li invitò ad andare a dormire in un locale, sito al piano terra, adibito a magazzino.
Detto e fatto entrarono, insieme al colono del fondo, spostarono degli attrezzi, lì depositati, misero della paglia in terra e la coprirono con della balle di juta.

Il babbo e Renato invitarono l'ospite a bere insieme, un bicchiere di vino; questi gradì e, augurando una buona notte, se ne andò, dopo aver detto che nella zona, dove i due erano diretti, c'era la malaria, a causa delle paludi esistenti.
Prima di coricarsi, il babbo e Renato si avvicinarono ad un abbeveratoio dove era un pozzo con una pompa a mano. Presero dell'acqua, che risultò essere freschissima; si dettero una sciacquata alle mani e al viso, ne bevvero un paio di sorsi e si misero, poi, a mangiare pane e ventresca.
Mi raccontava il babbo che, in quella occasione, fu più gradita l'acqua che il vino.  
Fu una notte da non dimenticare! C'è da premettere che, all'altezza del soffitto del magazzino, erano appesi tanti, tanti pomodori maturi che, ogni tanto, se ne staccava uno e, poveretto chi stava sotto.
Comunque, un poco dormirono, fu una notte trascorsa con tanta speranza in quanto, l'indomani, i due eugubini sarebbero giunti a Littoria, sebbene risuonasse, fortemente, nel loro cervello la notizia relativa alla "malaria".
Non totalmente scoraggiati vollero, di fatto, accertare la situazione mettendosi nuovamente in viaggio percorrendo una strada molto dritta, in terra battuta, che poi fu chiamata "fettuccia di Terracina".
Non ci volle molto per capire che la zona era letteralmente invasa da zanzare e di venire a conoscenza che molte persone erano affette di malaria e curate con il chinino.
La decisione fu immediata; il babbo disse: "mai porterò mia moglie e i miei due figli in questo putridume" e, sentito l'amico, si salutarono e, con il cuore amareggiato, partì verso il nord, più precisamente verso Tarquinia dove sperava di poter fare il tanto desiderato mestiere di calzolaio.
Il viaggio divenne molto più faticoso, la solitudine era imperante, ma la speranza di un domani migliore, era sempre presente, speranza che dal babbo era considerata il "carburante" idoneo a percorrere, in bicicletta, altre centinaia di chilometri.
Tra una sbuffata, tante forature ed una rottura della catena, il babbo arrivò a Tarquinia, dove si fermò a mangiare i rigatoni, una salsiccia, e bere un goccio di vino che, come diceva lui: "mi sentii rinato".

Durante il pasto ebbe modo di parlare con delle persone le quali, saputo che il babbo cercava lavoro da calzolaio, lo dissuasero di fermarsi a Tarquinia e lo consigliarono di andare a Viterbo, dove era in costruzione un aeroporto che sarebbe divenuto un centro con molti militari dove, sicuramente, tutti avrebbero indossato le scarpe; contrariamente a quanto avveniva a Tarquinia, che come a Gubbio, la gente indossava le scarpe solo nell'approssimarsi alla città.
Il babbo, saputo che Viterbo era a circa quaranta chilometri da Tarquinia, visto che erano circa le ore quindici, decise di partire con la sua fedele bicicletta Legnano.
Sull'imbrunire giunse a Viterbo, oltrepassò Porta Fiorentina; all'altezza della fontana del Vignola, fu avvicinato da un signore il quale, tra l'altro, gli disse: "Quel matto di Piazza Venezia ci porta alla rovina".
Mio padre, che era una persona di poche parole, rispose: "Io non m' interesso di queste cose, so che devo lavorare per la famiglia e per la Patria; la politica la faccia chi la sa fare".
Quel signore ebbe un attimo di esitazione, domandò a mio padre quale era il suo paese d'origine, al che il babbo rispose: "Gubbio".
Lo sconosciuto soggiunse: "A... siete di Gubbio, Perugino quindi... brava gente, siete dei     veri lavoratori, e a Viterbo, che siete venuto a fare?".
Il babbo, turbato, rispose dicendo che gli sembravano già troppe le domande fatte.
Quello sconosciuto signore, abbozzando un sorrisetto, gli offrì un lavoro, come guardiano, alle dipendenze della ditta Vaselli, che stava costruendo l'aeroporto di Viterbo.

Il babbo gli disse che svolgeva l'attività artigianale di calzolaio, ma che per il momento, avendo l’urgente necessità di trovare una casa e di stabilirsi a Viterbo, accettava l'offerta fattagli.  
A questo punto avvenne quello che dette a mio padre una certa serenità; quel signore scrisse, su un biglietto, quanto necessario per presentare mio padre ad un tecnico della ditta Romolo Vaselli per la sua assunzione, come guardiano notturno.
I due continuarono a parlare del più e del meno, il babbo parlò della famiglia, che aveva lasciato a Gubbio e che, quanto prima, desiderava riunirsi ad essa; ringraziò quel signore il quale, prima di allontanarsi, disse: "Perugino, se avete bisogno, mi potete trovare alla G.I.L. (Gioventù italiana del littorio) auguri!"
Il babbo, il mattino successivo, si recò al cantiere dove incontrò il capo operaio, Angelo Valeri, che lo accompagnò da un ingegnere, al quale consegnò il biglietto di presentazione; fu subito assunto come guardiano notturno.
Successivamente il babbo riuscì a trovare un appartamento in affitto, in Località Le Zitelle, in prossimità del costruendo aeroporto, precisamente in Strada Valore, di proprietà del signor Peruzzi.
Un altro, importante, adempimento da fare, per il babbo, fu quello di chiedere la residenza al Comune e farsi prendere in carico dall'Ufficio Annona, ufficio che provvedeva a dare, ad ogni cittadino, la tessera per l'acquisto, controllato, di generi alimentari.

Il babbo si presentò in quell'ufficio comunale e vi trovò un impiegato, non tanto alto, con una foltissima capigliatura, con l'unghia del mignolo molto lunga.
Questo fu un particolare che colpì l'attenzione del babbo, che chiese di avere più bollini per l'acquisto di pasta e pane e, meno bollini per l'acquisto di carne; anche se lui era un "cicciaiolo", cioè gli piaceva moltissimo la carne; il babbo fu accontentato.  
Dopo, circa venticinque anni, mi sono trovato a lavorare, nell'Ufficio Tributi del Comune di Viterbo, prima come impiegato, poi come direttore, con quel carissimo, impagabile, onesto e leale impiegato, che si chiama Enzio Cherchi, abitante a Viterbo in via del Cunicchio e che il babbo conobbe il giorno che venne a Viterbo all'Ufficio Annona.
Il babbo, aveva a Gubbio un caro amico che si chiamava Ubaldo Pascolini  detto "Vinciarone" (31/8/1909 - 8/12/1978), marito di Elisa Brestolli detta Lisetta (23/3/1913), che oggi ha la venerata età di anni 92, amica e coetanea di mamma, che tuttora vado a trovare nella sua abitazione al numero 2 di Zangolo, frazione di Gubbio, dove Lisetta mi accoglie con tanto affetto.   
Il problema del lavoro lo aveva anche "Vinciarone", così il babbo fece del tutto per far sì che Ubaldo potesse venire a lavorare a Viterbo. Gli scrisse e lo fece venire a lavorare presso il costruendo aeroporto; Ubaldo si fermò per un certo periodo di tempo, poi ritornò a Gubbio.
Passarono pochi giorni di assestamento ambientale. Mio padre si preoccupò subito di scrivere una lettera alla moglie, che era rimasta a Gubbio con due figli, Bruna di anni quattro e Bruno di anni uno.
La mamma, nell'arco della sua vita, ha sempre dimostrato tanta gratitudine al babbo per averla portata a Viterbo, dove poi furono raggiunti dalla famiglia di nonno Cesare e nonna Assunta che andarono ad abitare in via San Girolamo n. 48 in un appartamento di proprietà del signor Renato Latilla.

Successivamente vennero gli zii paterni: Salvatore, Eugenio e Tommaso con la famiglia, composta da lui, la moglie Elisa ed dal figlio Luigi.
La mamma mi diceva che sulla lettera che le inviò il babbo c'era scritto: "che lui era giunto a Viterbo, che stava bene, che chiedeva notizie di noi tutti e che la mamma si doveva preparare perché, al più presto, sarebbe ritornato a Gubbio per trasferire tutti a Viterbo".
Nel contesto della lettera il babbo tentò di fare una esposizione, direi che tentò di fare quasi una fotografia della zona, infatti scrisse: "Viterbo si trova a pochi chilometri da due laghi; vicino ci sono le montagne e, a quaranta chilometri, c'è il mare; poi sai che ti dico: Viterbo è una città che non si allagherà mai...".
Questo, secondo me, voleva dire che, oltre che essere "la città più bella del mondo", come soleva dire il babbo, era una città sicura, sotto ogni punto di vista, in particolare da eventuali alluvioni.
Mi raccontavano i miei genitori che, in una domenica di giugno del 1938, intorno alla casa, sita in Località Le Zitelle, era un campo di grano, talmente giallo che sembrava un mare d'oro nel quale, in un attimo di distrazione, mi nascosi tra le spighe senza rispondere ai loro richiami.
Il colore dei miei capelli, che erano biondi come l'oro, si confondeva con il colore delle spighe rendendo difficile la mia individuazione che, per un attimo, creò uno stato di paura alla famiglia.

Con il crescere avvenne a Bruna e a me una  strana metaformosi. Bruna, da scura che era, divenne una bellissima bionda, mentre io, che ero biondo sono divenuto nero, anzi, ero nero oggi sono "cacio e pepe"!
Il babbo aspirava sempre fare il calzolaio, la situazione della famiglia era in fase statica e le ore libere del giorno, alle Zitelle, non potevano essere utilizzate per svolgere l'attività artigianale di calzolaio in quanto l'abitazione si trovava in un contesto agricolo lontano dal flusso del traffico e dalle altre abitazioni.
In quel periodo, il babbo conobbe il signor Bruno Gibellini, allevatore di bovini, che aveva un figlio, Bernardo detto Nando, con il quale, dopo tanti anni, diventammo amici e compagni di scuola; amicizia che dura tuttora.
Di notte, il babbo faceva il guardiano nel costruendo aeroporto militare, aveva così una sicura entrata economica che gli permetteva di vedere il futuro con uno sguardo più sereno.
Ricordo, vagamente, che una notte, con mamma e Bruna andammo a cena giù, in una caserma in costruzione, dove mangiammo patate in umido, con grossi pezzi di carne, che mamma aveva cucinato con tanto amore.
Intanto, come si suol dire: una tegola, grossa come una casa, cadde sulla testa dei miei genitori; fui colpito da una malattia che mi faceva andare al bagno dalle venti alle venticinque volte al giorno.
La situazione era allarmante, fui preso sotto il vigile occhio clinico del professor De Antoni, primario all'Ospedale Grande degli Infermi "Renato Capotondi Calabresi", qui fui urgentemente ricoverato.
I medici avevano poche speranze sulla mia guarigione; la mamma, che mi assisteva giorno e notte, un giorno si sentì chiedere, da una sprovveduta signora che non conosceva, "quale fosse il bambino, di poco più di due anni, che stava per morire". Per mia madre fu una pugnalata al cuore, corse dal professore De Antoni gridando: "Me lo salvi, me lo salvi!".

Il professore tranquillizzò la mamma dicendole che era nella sua intenzione fare una trasfusione di sangue da madre al figlio, una trasfusione totale come se volesse  cambiare totalmente il sangue a Bruno. La trasfusione fu fatta nella mattinata e i risultati si notarono circa ventiquattro ore dopo; le evacuazioni intestinali si ridussero subito a circa una quindicina al giorno, con una successiva, costante, riduzione, sino alla totale guarigione.
Tornata la normalità del vivere, i miei genitori si misero alla ricerca di un nuovo alloggio, che fu trovato non tanto lontano dalle "Zitelle"; qualche chilometro più vicino a Viterbo, per la precisione la zona si chiama Occhi Bianchi, sulla strada Tuscanese.
Per primo abitammo in un appartamento al piano terra, al numero civico n. 1, vicino a dove è oggi il ristorante "La Villetta". L'appartamento era di proprietà della famiglia di Nestore Leoni con il quale, con lui prima e con gli eredi poi, abbiamo avuto sempre ottimi rapporti d'amicizia.
Successivamente, essendosi liberato un appartamento al numero 7, al secondo piano, con ingresso sul lato nord, con una grande scalinata e con le finestre verso Viterbo, ci si trasferimmo e vi rimanemmo fino al 1943, ossia fino a quando, a causa della guerra, ci trasferimmo a Camporeggiano-Pisciano di Gubbio, dove ho trascorso, senza dubbio, il periodo più bello della mia infanzia, con la mia amata sorella Bruna e il compianto cugino Luigi, che era nato a Pisciano, dove restammo, come "sfollati", per oltre due anni.
Nel nuovo domicilio, di strada Tuscanese, 7, al babbo fu possibile esercitare la tanto amata professione di calzolaio, mentre la mamma, per aiutare "la baracca", come era solita dire, faceva occasionali lavori di lavanderia, stireria e sarta.

Giunse il momento di mandare Bruna a scuola, eravamo nel 1939.
Bruna fu iscritta alla classe prima della Scuola elementare "Edmondo De Amicis", che si trova in zona "Le Monachelle", oggi via Emilio Bianchi, sotto il magistrale insegnamento della maestra Enrica Facchinetti, deceduta a Viterbo il 29 maggio 1953.
Bruna ha sempre ricordato, la sua insegnante, con amore e per tanti anni è andata a trovarla, nella sua ultima dimora, a pochi passi dall'ingresso principale del cimitero San Lazzaro di Viterbo.
Del periodo, in cui abbiamo abitato agli Occhi Bianchi, sulla strada Tuscanese, ho ricordi che spesso ritornano alla mia mente.
Elencherò solo quelli che hanno lasciato una traccia indelebile, sia nel mio cuore che in quello di Bruna e dei miei genitori.
In quel periodo gli svaghi per far riposare il corpo e la mente ce n'erano pochi, chi si soffermava all'osteria a giocare a carte, chi in un cortile adiacente all'osteria per fare alla "Morra" o chi preferiva uno sport povero e popolare come "il ruzzolone", che veniva giocato all'aperto.
La gara si svolgeva, normalmente, nelle giornate festive, quando i carri agricoli erano fermi sulle aie e i robusti contadini cercavano uno svago, tra una buona colazione o  una succulenta merenda, accompagnata con un buon bicchiere di vino.

La strada preferita era il "Vicoletto" o meglio la strada Castiglione, che ha inizio agli Occhi Bianchi e procede verso l'aeroporto, era una strada percorsa normalmente da carri agricoli ed era quello il posto dove si davano appuntamento i vari contendenti. L'attrezzo che usavano era una grossa ruzzola costruita con legno di acero o frassino,  che  acquistavano dal tornaro; uno dei quali, molto noto, era il signor Sensi, padre del Cavaliere del Lavoro, Socrate, con laboratorio artigiano in via San Cristoforo.
Il babbo, conosciuto come "il Perugino", era un accanito giocatore di ruzzolone, gioco che faceva pure a Gubbio con una piccola ruzzola di ferro o con piccole forme di formaggio ben stagionato.
A Viterbo gareggiava con vari sportivi, fra i quali ricordo: i fratelli Armando e Umberto Isidori, Valentino detto "Bravocristiano", Flavio Feliziani, Candido Piacentini, i fratelli Biscetti della Quercia ed altri, che non ricordo.
Tutti usavano un grosso ruzzolone che veniva lanciato con l'ausilio di una corda, detta "sparacina", avvolta intorno allo stesso, mentre il babbo usava una  piccola ruzzola di ferro che riceveva la spinta dalla forza del braccio.
A tale proposito, sulla rivista dell'E.P.T. di Viterbo "Tuscia" del 26 dicembre 1981, a pagina 17, in un articolo di Giorgio Falcioni sul "ruzzolone" è scritto: "...Negli anni successivi ci fu una novità che colpì notevolmente i praticanti viterbesi, perché da Gubbio venne Giuseppe Matteacci che impiegava una ruzzoletta di ferro più leggera, secondo l'usanza umbra; ma l'innovazione non attecchì".

Qualche volta anch'io ho accompagnato il babbo quando giocava a ruzzolone; ricordo che andavo molto più avanti dal punto di lancio della ruzzola, in modo di vedere dove terminava la corsa della stessa.
A volte capitava che il ruzzolone, o la ruzzola del babbo, nel roteare, cozzavano contro qualche sasso, più grosso del normale, prendendo un percorso diverso da quello voluto dal lanciatore, andando a fermarsi nei campi; per questo noi bambini eravamo utili, perché potevamo seguire la traiettoria del ruzzolone ed evitare che si perdesse.  
Lungo il "Vicoletto", mia sorella Bruna imparò ad andare in bicicletta.
Bruna imparò subito ma, ad un certo punto girò la testa in dietro, per vedere se la sua amica era vicina e, nel riprendere la guida della bicicletta, non fece in tempo ad evitare un cumulo di pietre, e cadde riportando una escoriazione ad un ginocchio.  
Per i più giovani voglio ricordare che le strade erano quasi tutte senza asfalto, in particolare quelle secondarie, per non parlare poi di quelle consorziali, interpoderali e vicinali le quali erano strade cosiddette "bianche" e venivano ogni tanto imbrecciate.

A tale proposito con mezzi di trasporto che potevano essere un camion, a gomme piene, ossia senza camera d’aria, o qualche carro agricolo, venivano trasportate grosse pietre e lasciate, in cumuli, lungo i margini delle strade, in attesa dello "spaccapietre".
Il lavoro dello spaccapietre, come dice la parola, consisteva nel mettersi seduto a  cavallo sul cumulo di pietre e, con un martello, spaccare, frantumare la grossa pietra trasformandola in piccole brecce che, successivamente, venivano sparse sul manto stradale; tale lavoro, prendeva il termine “imbrecciatura”.
Oggi molte di queste ex strade bianche sono asfaltate e la vecchia massicciata è divenuta la base dell'attuale manto stradale catramato, dove le nuove generazioni, con le loro brillanti auto, passano senza sapere che sotto c'è ancora il lavoro ed il sudore di coloro che spesso, troppo spesso, vengono dimenticati.
Avrò avuto circa dieci anni, la sera di un sabato di marzo, il babbo mi disse se, all'indomani, avessi piacere di trascorrere la mattinata con lui andando a caccia nella zona della proprietà del signor Carlo Goletti, detto "Mecotorso", che si trovava lungo la strada Castiglione, meglio conosciuta come, il "Vicoletto". La risposta fu affermativa.

Al mattino la mamma si svegliò presto per preparare la colazione mentre io, che ero felice di poter stare con il babbo, mi preparai indossando un paio di pantaloni alla zuava; un maglione e gli scarponi, confezionati da mio padre con pelle anfibia.  
Io avevo l'onere di portare il tascapane e i laccetti per mettere la selvaggina; di ciò ero orgoglioso, perché mi sentivo cacciatore.
Mentre andavamo, con la bicicletta Legnano, lungo il Vicoletto, un'autovettura ci sorpassò a velocità sostenuta che, oltre sollevare molta polvere, fece diventare bianchi i miei pantaloni ed il maglione e ci fece correre il rischio di cadere.  
Ricordo che il babbo disse: "Verrà un giorno che anche noi, con la nostra macchina, solleveremo la polvere, ma rallenteremo, nel momento in cui incontreremo o sorpasseremo una persona a piedi o in bicicletta".
Lì per lì forse, data la mia giovane età, non seppi dare un significato immediato a
quanto disse mio padre, se non: "sarà un augurarsi di un futuro migliore?". Poi con gli anni si matura e si pesano parole e azioni, prendendole come lezioni di vita.
Il babbo, invece, poi mi disse che  ritenne quell'azione una violenza e non un disturbo, in quanto camminare su una strada "bianca" vuol dire automaticamente impolverarsi, ma non correre il rischio di perdere la vita per uno sconsiderato sorpasso, commesso da un'incosciente.
Dai miei genitori, tanto ho imparato e racchiuso nel mio cuore; quello che da loro ho avuto spero di averne fatto buon uso.

La cosa più importante, secondo il mio modo di vedere la vita, è trasmettere ai miei figli l'amore verso Dio, il rispetto verso il prossimo, l'amore per la famiglia; con la certezza che si continuerà a vivere, solo se il ricordo resterà nei cuori di chi vivrà.
Forte di questo mio modo di vivere, sono sempre più convinto che: "Chi fu sta vicino a me tanto quanto io oggi, che sono, penso a loro, che furono!".
Questo modo di vivere mi aiuta, sebbene tutto, a tirare avanti, certo e convinto che, se si cammina con la mano tesa in avanti e nessuno ti viene incontro per stringerla, stai perdendo tempo.
Allora capirai che su questa terra la felicità la puoi trovare solo nel tuo cuore e nei ricordi di quello che è stato, in compagnia di chi ti ha amato.
I miei genitori sono stati cattolici convinti e praticanti, infatti, nel periodo in cui siamo cresciuti sotto il loro sguardo, siamo sempre stati, Bruna ed io, sollecitati a pregare, in particolare la sera.
Ricordo che i nostri genitori ci dicevano: "La sera, prima di addormentarvi, pregate, pregate per i nostri morti e ringraziate Iddio, Santa Rosa ed Sant'Ubaldo per quanto abbiamo e, alla mattina, dato che per farvi svegliare ci vuole tempo e dovete poi andare a scuola, quello che ci raccomandiamo è che vi facciate il segno della Croce, rivolgendo poi al Signore un pensiero".
Il parroco, a cui facevamo riferimento, in quella zona, era don Otello Ferrazzani della Parrocchia dell'Ellera, che mi è stato amico, fino al suo ritorno alla Casa del Padre.
Ricordo un episodio che dette tanta preoccupazione ai miei genitori.

C'è da premettere che all'epoca era difficile trovare un appartamento con impianto di acqua potabile.
La quasi totalità delle famiglie si dovevano recare alla fonte pubblica per attingere, con vari contenitori, acqua potabile. Per lavare biancheria e quant'altro necessario, le massaie si dovevano recare al lavatoio pubblico che in città si poteva trovare in varie zone.
Lavatoi esistono ancora nella zona di Pianoscarano; in via dei Vecchi, in prossimità di Porta Fiorita; sotto il ponte di via San Lorenzo, in via della Torre e in via Pietro Vanni; come pure è  esistito, fino a qualche mese fa, anche se fatiscente, quello degli Occhi Bianchi.
Un giorno nel vicino lavatoio non c'era ulteriore posto per una massaia, poiché lo stesso aveva una capacità per sei persone; mamma, che aveva bisogno di fare il bucato, decise di farlo usando la tavola inclinata, incastrata dentro la tinozza; cosa che rientrava nella generalità delle attività domestiche, in sostituzione del lavatoio pubblico..
La mamma era assorta nel suo lavoro, usava acqua, sapone ed estratto di varechina, contenuto in un apposito fiasco di vetro, ricoperto dalla "scarcia"; fiasco simile a quello che si usava per contenere l'acqua da bere.
Io, avevo circa anni quattro, ero un bambino più che vivace, e mi avvicinai nel punto in cui la mamma stava lavorando, senza chiedere nulla, presi il fiasco e, assetato come ero, feci una lunga bevuta.
Fu un attimo; al grido della mamma, seguì un soffocato mio grido e fui subito soccorso.  
In quel preciso momento, provenendo da Viterbo, il babbo stava rientrando a casa con la sua fedele bicicletta, oltrepassato il cancello del cortile su cui era, al piano terra, l'ingresso della casa, sentì mamma che gridava: "Bruno ha bevuto la varechina!".

Fu tutto un attimo di infinita preoccupazione; il babbo gettò in terra la borsa, contenente la spesa e, senza esitare un attimo, con la sua bicicletta corse a Viterbo con lo scopo di chiamare un taxi, ritornare agli Occhi Bianchi, caricare su figlio e moglie e correre all'Ospedale Grande degli Infermi, per le cure del caso.
Il babbo, che all'epoca aveva circa trentaquattro anni, era nel pieno delle sue forze e lo dimostrò, ancora una volta, con la tempestività con cui giunse a Porta Fiorentina per sollecitare la presenza di un taxi.
Mi raccontava: "In quel momento non vedevo nemmeno i selci paracarro a margine della strada, vedevo solo te, figlio mio, tra le braccia di tua madre. Giunsi a Porta Fiorentina, feci un salto dalla bicicletta, spingendola verso lo chalet Garbini; gridai, all'indirizzo del titolare del taxi numero 4: presto, di corsa mio figlio si è avvelenato!".
Ricordo che il babbo mi disse di essersi inquietato con il conducente del taxi, il quale mise in moto l'auto, imboccò la discesa di via della Palazzina, spense il motore, dimostrando che aveva intenzione di procedere a folle.
Con un grido di mio padre, inteso a far riaccendere il motore del taxi, l'autovettura prese a correre e nelle orecchie dell'autista, come egli stesso disse: per un paio di giorni, riecheggiò quel grido disperato.
Il taxi giunse, agli Occhi Bianchi, così presto, che mamma non aveva fatto in tempo a cambiarmi la maglietta che indossavo.
Caricato che fui sulla macchina, accompagnato dalla mamma e dal babbo, mentre Bruna fu lasciata ad una famiglia dove era la sua amica Silvana Feliziani; giungemmo al pronto soccorso dell'Ospedale di Viterbo.
La diagnosi, sulla base di quanto riferirono i miei genitori ai medici, fu immediata.                              
Il dottore disse: "Necessita di una buona lavanda gastrica, il problema sarà di tenergli la bocca aperta, comunque, useremo uno strumento di metallo che, a pressione, gli bloccherà la mandibola, tenendogli la bocca aperta".

A queste parole il babbo, che si preoccupava dei miei denti, perché sarebbero stati messi a dura prova, disse al medico: "No, non usi questo strumento, vedrà che se al figlio gli parlo io; lui, che è tanto ubbidiente, aprirà la bocca e la terrà aperta consentendovi di immettere il tubo nello stomaco".
Detto e fatto; in un attimo mi fecero la lavanda gastrica, tra le lacrime dei miei genitori e lo stupore del dottore e degli infermieri.
Il ritorno a casa fu festeggiato, con un forte abbraccio, da mia sorella, e dalle manifestazioni affettuose dei vicini di casa.
Abitare in quel grosso caseggiato significò per me avere vari amici, come per esempio, quelli che ho ancora nel cuore e che purtroppo sono passati a migliore vita: Renato e Marcello Feliziani, Arduino Aquilani, Agostino e Liliana Zappi che ho veduto recentemente, con piacere e Ezio Feliziani che, purtroppo, ha dei problemi di deambulazione, ma è sempre sorridente, come lo è sua sorella Silvana con la quale, spesso, ricordiamo la sua carissima amica Bruna, nonché mia sorella.
Altro amico che ricordo con piacere, sebbene più grande di me, è il geometra Renato Leoni, già economo della RAI e il giovane Alberto Bruschetti, uomo dalle mani d'oro; lui con il ferro ci "ricamava".
Ricordo un episodio che si è svolto tutto sulla mia pelle, per non aver ascoltato mia madre.

I miei amici stavano facendo dei salti sopra un mucchio di rena, che avevano scaricato nel cortile; erano tutti scalzi; alcuni si tolsero le scarpe in quell'occasione, altri stavano senza scarpe tutto il giorno.
Io ero costretto ad indossare sempre le scarpe che il babbo mi faceva con le proprie mani; erano scarpe veramente belle e solide. Quel giorno, di nascosto della mamma, me le tolsi e mi misi a fare i salti, come gli altri ragazzi. Il destino volle che, con un salto, andassi a cadere sopra un fondo di bicchiere rotto, riportando una grossa ferita all'alluce destro. Quel giorno fu più forte il mio dolore, per aver disubbidito alla mamma, che quello fisico, derivante dalla ferita.
Del periodo, in cui ho abitato agli Occhi Bianchi, mi veniva ricordato dai miei genitori che io, all'età di tre anni circa, a chi mi domandava quale erano le proprietà che avevo, rispondevo: "il campo di Pippo, Biancaneve e i sette nani, il cavallo, la mucca Stellina, un asinello e, tante, tante pecorelle tutte bianche".
La fantasia non mi è mai mancata!

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