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La mia storia da Gubbio a Viterbo - Capitolo 6 PDF Stampa E-mail
Domenica 15 Gennaio 2012 17:30

Continua dal Capitolo 5 per ritornarci clicca qui

Il 1953 fu l’anno della mia iscrizione alla Democrazia Cristiana.
La domanda di iscrizione al Partito fu presentata con la firma di garanzia dell’onorevole professor Attilio Jozzelli, di cui, successivamente sono stato, per oltre due anni, suo segretario particolare, con reciproca soddisfazione. La segreteria era ubicata in via Matteotti n.50/D, scala B.

Dopo poco tempo, dalla mia iscrizione, fui chiamato, dagli organi del Partito, a far parte del Movimento Giovanile del quale ricordo solo il nomignolo del Delegato Provinciale tale Palletta e del Delegato Sezionale Rosato Rosati ed Aldo Morbidelli.  
Per avere un quadro storico della nascita della Democrazia Cristiana viterbese, ritengo utile, necessario e doveroso, ricordare persone che ebbero un certo peso nella vita del Partito.
Sono: Cesare Lo Monaco, fratello del mio professore Michele, che è stato il primo Segretario Provinciale della D.C. a cui seguì, con lo stesso incarico Caliento, di Soriano nel Cimino che, con la fattiva operosità ostile dell’avvocato Gastone Filippi e del commendatore Vincenzo Bologna, fu indotto alle dimissioni, facendo spazio al professore Attilio Jozzelli di Orte Scalo.
Nel 1949, a livello locale, Segretario della D.C. era il ragioniere Gaetano Barili, dipendente del Consorzio Agrario Provinciale di Viterbo, del quale era presidente il commendator Ferdinando Micara. Oltre ai predetti era un fattivo rappresentante della  D.C., il dottor Molini, dipendente della S.I.C.E.A, anch’egli amico, come Barili, di Micara.
Un giorno Barili, a Roma, incontrò, il ragioniere Mario Paternesi, che lo invitò a trasferirsi a Viterbo, per dare una mano, in seno alla Democrazia Cristiana.

Paternesi, che era in fase di nuova destinazione, giunse a Viterbo come Concessionario della Olivetti, con negozio in via Matteotti n. 20.
Dopo poco tempo, Mario Paternesi conobbe: Ferruccio Gatta e  Mario Navas, i quali, in sede politica, assunsero un atteggiamento da fronda ostile a Gaetano Barili, chiedendo un appoggio politico a Paternesi.
Presto venne la goccia che fece traboccare il vaso.
In occasione di una assemblea sezionale, che si tenne in via dell’Orologio Vecchio n.34, presieduta da Barili, nella sua veste di Segretario sezionale, lo  stesso tolse la parola a Gatta e a Navas, che non condividevano certe tesi di Barili, relative alla vita della Sezione.
Paternesi, in quella occasione, condannò, con un applaudito intervento, l'operato di Barili, per aver tolto la parola a due iscritti. L'assemblea fu solidale con Mario Paternesi e da quel momento fu rivoluzionata la vita del Partito, con nuove idee, programmi e, tanta, tanta operosità.
Anche il Comitato Civico, del quale era a capo Fausto Mari e l'Azione Cattolica, sotto la direzione del dottor Poscia, condivisero l’operato di Mario Paternesi, apprezzando il suo lavoro e, in certe occasioni, affiancando le attività dello stesso.
Come ogni medaglia ha il suo rovescio, così fu nella D.C. viterbese; ci furono delle forze collaterali alla politica che non condivisero l'operato di Mario Paternesi, solo per il fatto che egli non era Viterbese. Come contr'altare a Paternesi fu caldeggiata la nomina, a Segretario Politico della Sezione, del professore Tommaso Farisei, mentre Paternesi fu nominato Vice Segretario Politico e Segretario Organizzativo; carica che tenne fino al 1953.
Nell'aria ancora si sentiva il risultato delle elezioni politiche del '48. L'abilità dell'onorevole Alcide De Gasperi dette una certa serenità al Popolo italiano che vedeva, nel Partito Comunista Italiano, un nemico acceso della religione e della libertà.

Ricordo un manifesto diffuso dalla Curia vescovile di Piacenza, nel quale era scritto: "DOPO IL DECRETO DEL SANTO UFFIZIO - AVVISO - E' peccato grave:
1° Iscriversi al Partito Comunista.
2° Favorirlo in qualsiasi modo, specie nel voto.
3° Leggere la stampa comunista.
4° Propagare la stampa comunista. Quindi non si può ricevere l'assoluzione se non si è  pentiti e fermamente disposti a non commetterlo più.
Chi iscritto o no al Partito Comunista, ne ammette la dottrina marxista, atea ed anticristiana e ne fa propaganda, è APOSTATA DALLA FEDE E SCOMUNICATO e non può essere assolto che dalla Santa Sede. Quanto si è detto per il Partito Comunista deve estendersi agli altri Partiti che fanno causa comune con esso.
Il Signore illumini e conceda ai colpevoli in materia tanto grave, il pieno ravvedimento, poiché è in pericolo la stessa salvezza dell'eternità".


Quello era il clima che aleggiava sulle nostre teste.
Nella D.C. viterbese era necessario un fermento di modernismo.
Spuntava la figura politica del professor Attilio Jozzelli, molto amico di monsignor  Leopoldo Venturini di Capodimonte.
La presenta di Jozzelli creò il dualismo Jozzelli-Micara per le elezioni alla Camera dei Deputati. Viterbo capoluogo era per Micara, mentre la provincia era per Jozzelli, ciò causò uno sbandamento della D.C., che indusse Farisei alle dimissioni, lasciando campo libero a Mario Paternesi, che si mise alla guida di un Partito che andava alla deriva.
Grazie a Mario Paternesi, fu raggiunto un accordo con l'avvocato Vincenzo Ludovisi allo scopo di poter garantire una vita amministrativa comunale intesa a ricostruire Viterbo. Quindi si ebbe la necessità di inserire nuove forze politiche con nuovi uomini fra i quali: il dottor Giuseppe Benigni, l’insegnante Nazzareno Capoccioni, gli odontotecnici Santino Clementi e Gino Pierini.
Successivamente entrarono, quali consiglieri comunali, altri due amici; i cavalieri Giovanni Cardoni e Ferruccio Gatta.
Amministrare non significava solo gestire i Comuni o la Provincia, significava gestire tutti gli enti pubblici, fra i quali gli ospedali pubblici.  
L'Ospedale Grande degli Infermi di Viterbo era amministrato dal commissario prefettizio, dottor Samaritani, nominato dal prefetto dottor Joannin.

A Viterbo fu il ragionier Paternesi a portare una folata di modernismo; tutti furono d'accordo sulla sua nomina a presidente dell'Ospedale Grande degli Infermi del quale è stato, per anni, il motore trainante, con risultati eccellenti, sia per gli ammalati che per i dipendenti e tutta la collettività che vedeva, nell'Ente ospedaliero, una struttura valida e funzionante. All'Ospedale di Viterbo esistevano solo due reparti: Chirurgia e Medicina. Paternesi fece in modo che si aprissero i reparti di Radiologia, Ostetricia, Pediatria  e Cardiologia.
Inoltre, fu stipulata una convenzione con gli Ospedali di Roma e Siena  per le specializzazioni di Medicina e di Chirurgia.
Successivamente fu trasferito, in altra sede, il cronicario, con la conseguente utilizzazione dei locali, per altre strutture sanitarie.
L'onorevole Attilio Jozzelli vedeva di buon occhio quello che faceva Mario Paternesi in quanto portava nella città un tocco da vero imprenditore.
La sua prestigiosa personalità era conosciuta quale capo della Democrazia Cristiana
viterbese.
La sede del Comitato provinciale della D.C., era in via San Marco n.6; segretario era il professor Gilberto Pietrella; fu proprio in quel periodo che la Direzionale nazionale del Partito, di cui era segretario l’onorevole Amintore Fanfani, inviò a Viterbo, quale funzionario, Saverio Binelli che volle fosse costituito il Comitato comunale della D.C., stante il fatto che sul territorio viterbese operavano varie sezioni del Partito.
A Segretario comunale, della D.C. viterbese, fu chiamato Mario Paternesi. Ci fu una frangia di Democratici cristiani, vicini all'Azione Cattolica, che prese atteggiamenti ostili al Comitato comunale; tutto era basato sul fatto che volevano dare un po’ di potere a persone a loro vicine. Si decise di aprire altre sezioni della Democrazia Cristiana.

La campagna elettorale, per le elezioni politiche del 1953, l'ho vissuta in prima persona. C'era veramente fede politica e non interesse economico come, purtroppo, da un po’ di tempo a questa parte, solo questo si nota.
Si faceva campagna elettorale per tre candidati, in quanto le preferenze, che si potevano esprimere erano quattro, ma per serietà politica, se ne segnalavano tre e, a volte, anche due. Non si poteva togliere all’elettore la possibilità di votare per chi voleva, all'infuori delle segnalazioni del Partito, che erano veramente ascoltate.
Io sostenevo, come la maggioranza dei d.c. viterbesi: Giulio Andreotti col n.1, che aveva come valente segretaria la signora Muzi, già segretaria di Pavolini; Paolo Bonomi n.2 e Attilio Jozzelli n.10, anche se in lista era pure Ferdinando Micara.

Altri candidati che gravitavano su Viterbo erano: Folchi, Simonacci, Darida, Pennacchini, Evangelisti, prima e poi Sbardella del gruppo Andreottiano.
I primi tre ebbero, sempre, un suffragio di voti. Andreotti, mio caro amico, era il numero uno in tutto e per tutto; Bonomi, era il Segretario nazionale della Coltivatori Diretti, mentre Attilio Jozzelli era il candidato di Viterbo, perché Viterbese di Orte, che abitava a Viterbo, prima in via della Vittoria, poi in via Zara n.70.
Ricordo che quando ero il segretario dell'onorevole Jozzelli ebbi l'incarico di fare visita in tutti i paesi della Provincia per prendere contatti con sindaci, consiglieri comunali d.c., segretari di sezione, parroci e dove era la sede vescovile, dovevo prendere contatti pure con il vescovo. Naturalmente non dovevo escludere dalle mie visite, i monasteri di frati e suore. C'era da lavorare a volontà!
Quando dovevo dare qualche contributo, a vario titolo, mi sono fatto sempre rilasciare la ricevuta allo scopo di operare, alla luce del giorno, con onestà.

All'età di diciotto anni fui inviato, dal comitato provinciale della D.C., a presiedere un’assemblea di soci a Corchiano.
Giunsi al paese con la Lambretta, mi fermai in piazza e chiesi di parlare con il segretario di sezione nella persona del signor Meconi; ci incontrammo, ci fu uno scambio di parole, ma io non dissi che ero il presidente dell'assemblea perché mi vergognavo.
Ad un certo momento, visto che il locale della sezione era gremito di iscritti, con voce sommessa, dissi: “Iniziamo?”. Meconi replicò: "Dobbiamo aspettare l'oratore ufficiale del Comitato provinciale", a questo punto dovetti presentarmi, non come avevo fatto, dicendo nome e cognome, dovetti aggiungere che ero io il presidente dell'assemblea, designato da Viterbo.

Ci fu un attimo di esitazione, entrammo in sezione e mi misi seduto al centro del tavolo di presidenza con a fianco il sindaco e il segretario di sezione.
L'assemblea, nel momento in cui fui presentato, fece un lungo applauso; portai il saluto della D.C. provinciale, dissi quattro parole sul regolamento per lo svolgimento delle assemblee sezionali e conclusi il mio compito parlando dell'anticomunismo e su certe opere che erano programmate per Corchiano.
Ricordo che gli amici mi trattennero a mangiare dell'ottima “paglia e fieno” con una squisita porchetta. Verso le ore una di notte, in Lambretta, presi la strada del ritorno.
Ero felice, mi sentii, utile e importante, ma non fu così per i miei genitori, che mi attendevano in finestra. Però, quando raccontai il tutto, anche babbo e mamma, furono contenti.

Dopo molti anni, quando ero il direttore dell'Ufficio tributi del Comune di Viterbo ebbi, come impiegato una bravissima persona di Corchiano, Giuseppe Rita, che si ricordava di me.
La campagna elettorale si svolgeva in vari modi: con comizi in piazza, dibattiti, giornali parlati, affissione di manifesti sui muri delle abitazioni; a volte si procedeva alla copertura di altri manifesti o addirittura si attaccavano più in alto degli altri.
Altro valido sistema, di propaganda elettorale, era il volantinaggio o la propaganda rumorosa che consisteva nel fissare gli altoparlanti sul tetto dell'automobile e girare per la città invitando il cittadino a votare per tizio o caio.
Ricordo che, spesse volte, di notte, ci si incontrava con gruppi di altri partiti con i quali avvenivano scambi verbali, poco amichevoli. Comunque io posso ben dire che mi sono comportato sempre bene e sono stato sempre rispettato dalle opposizioni, perché rispettavo gli altri. Quindi tutto andava bene se c'era il reciproco rispetto.
Di campagne elettorali ne ho fatte tante, tra quelle politiche, provinciali e comunali si stava sempre a votare.
Un anno, ricordo che il Partito Comunista Italiano, per mano del compianto, grande amico, Domenico Boccolini, detto Memmo, fece disegnare, in piazza del Plebiscito, una grande falce e martello.

Era veramente un capolavoro; sia ben chiaro parlo del disegno e non del valore politico!
Io, nel contempo, stavo, con i miei collaboratori in altra parte della città, più precisamente, in piazzale Gramsci dove con lunghe scale, buoni pennelli e calce bianca, disegnammo scudi crociati alti circa quattro metri e larghi due metri e mezzo. Fu, secondo me, veramente un capolavoro, sia nel disegno che nel valore politico!
Verso le ore tre, con i miei amici pensammo di fare un tiro sinistro al Partito Comunista, scrivemmo, vicino alla falce e martello disegnata in piazza del Comune: "COSI' SI VOTAVA IN UNGHERIA".
Mentre ci rallegravamo della bravura fatta; ci comunicarono che in piazzale Gramsci, verso le ore quattro, i comunisti avevano scritto nei quattro spazi vuoti intorno alla croce dello scudo crociato, che avevamo poco prima disegnato, la parola "FAME".
Ci cadde una tegola in testa. Mentre ci avviavamo verso via Matteotti, percorrendo Corso Italia, alla Svolta, incontrammo Memmo con i suoi amici.
Ci parlammo, ammettendo reciprocamente ciò che avevamo fatto. Fu una risata collettiva, non litigammo anzi, unimmo i soldi che avevamo. Memmo, diceva che erano dell'avvocato  Morvidi ed io, dissi che quanto avevo erano dell'onorevole Jozzelli. Fatta una certa somma, andammo a Porta Romana, nel bar dell'AGIP e, tra una risata e una sigaretta, mangiammo e bevemmo alla salute di tutti. Ci salutammo ed ognuno prese la strada della propria casa.
Quando giungemmo a Porta Fiorentina, dove lasciammo dietro la pesa pubblica le scale e i secchi con la vernice; mi venne pensato di ritoccare la scritta "FAME" trasformandola in una parola che si addiceva alla Democrazia Cristiana, ossia, "PANE".
Detto e fatto: con due colpi di pennello chiusi la effe poi modificammo la emme in enne.
Giunse il mattino, soddisfatti e contenti del bel lavoro andammo a casa. Al risveglio venni a conoscenza che i fatti della nottata ebbero vasta eco.
Gli scudi crociati disegnati sulle mura castellane con la scritta PANE, sono stati letti dai Viterbesi per molti anni... la vernice fu buona e il significato è stato foriero di fortune politiche e benessere per gli Italiani.

Come dicevo ho fatto tante campagne elettorali con i miei fedeli amici, che poi chiamavo "la squadra"; con loro ne combinavamo di tutti i colori.
Un giorno doveva venire a Viterbo il sottosegretario agli Interni, onorevole Mazza.
Ebbi l'incarico di preparare una buona accoglienza visiva. Ordinammo e affiggemmo molti manifesti con le scritte: VIVA l'On/le MAZZA; BENVENUTO On/le MAZZA; VITERBO SALUTA l'On/le MAZZA.
Per gli avversari politici fu facile sminuire e annullare il significato del nostro saluto, infatti, scrissero: "BU BU" al termine di ogni "MAZZA" che divenne così "MAZZA BU BU".
Quella volta mi incavolai, non tanto per quanto era stato fatto sui manifesti, ma litigai a brutto muso con dei tipi che la politica la facevano solo con l'arroganza e il manganello.  
Quando, in compagnia di Mario Savelli, arrivai sulla Cimina, dove  erano affissi i manifesti, fui aggredito verbalmente da quattro elementi che tentarono anche di mettermi le mani addosso; feci appena in tempo ad aprire il cofano dell'auto e prendere il crick con il quale affrontai gli energumeni che, vista la mia reazione, se la dettero a gambe.
Il termine della campagna elettorale era alle ore 24, nell'ultima ora accadevano cose da pazzi in quanto, da quel momento, non si potevano più attaccare manifesti, né fare   propaganda rumorosa.
L'interesse di molti era che, dopo mezzanotte, risultassero affissi i manifesti del proprio candidato.
Io, con la mia squadra, di concerto con gli organi del Partito, decidemmo che,  nell'ultima ora, i manifesti che dovevamo affiggere, dovevano essere solo, quelli raffigurante lo scudo crociato e non fare la lotta per attaccare manifesti reclamizzanti tizio o caio.

Dopo la mezzanotte intervenivano le forze dell'ordine che contravvenzionavano coloro che disattendevano tale disposizione. All'epoca era consentito coprire altri manifesti.
Ricordo una notte, allo scadere del termine fissato dalla legge, eravamo a fare la battaglia della carta, cioè attaccavamo i manifesti nel senso voluto. A piazzale Gramsci trovammo tre persone al comando di una signora, moglie del candidato d.c. Giorgio Magnani che, contrariamente a quanto concordato in sede politica, attaccava i manifesti reclamizzanti il nome del marito.
A pochi metri era la Polizia; noi non potevamo fare altro che coprire, con lo Scudo crociato il manifesto che la signora faceva affiggere; lei faceva altrettanto copriva con il manifesto del marito, i nostri.
Ad un certo momento si formò uno spessore tale che i manifesti scivolarono tutti in terra. Un mio collaboratore fu così veloce che attaccò, senza passare la colla, un manifesto con lo Scudo crociato, mettendolo però, per la fretta, capovolto. Non ci fu il tempo materiale di sistemarlo, scoccarono le ore 24 e da quel momento non si poteva fare più nulla. La Polizia, attenta, controllava!
Le vittorie politiche si susseguivano anche se c'erano delle flessioni.

La presenza di un partito solido, come la D.C., favorì la ripresa dell'ascesa di altri piccoli partiti, come il Partito Liberale Italiano, il Partito Repubblicano Italiano e il Partito Socialista Democratico Italiano, con i quali, al Comune, aprì un discorso politico amministrativo per la gestione del Palazzo dei Priori formando una coalizione di centro. Ricordo che spesso mi capitava di far parte alle delegazioni che andavano a trattare con altri partiti.
Ne ricordo, per esempio, una delle prime. Andammo a trattare con i rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano nelle persone dell'avvocato Battaglia, del cavalier Duilio Mainella, che mi accolsero con tanta simpatia; in quell'occasione conobbi il ragionier Domenico Mancinelli; avevamo le nostre mamme che erano amiche in quanto esercitavano lo stesso tipo di commercio.
La conoscenza di Domenico Mancinelli detto affettuosamente "picchio e palla"; probabilmente perché quando giocava al biliardo a boccetta, nel dichiarare il tiro diceva quella frase; mi fece avvicinare al sindacato della CISL, che aveva sede in via Mazzini, 71, di cui Mancinelli era il rappresentante della FILCA, incarico che successivamente, verbalmente, dettero a me e che lo tenni per breve tempo in quanto la politica mi attraeva più del sindacato.

Dal mio professore, Michele Lo Monaco, mi fu presentata una persona, che poi seppi essere un odontotecnico, che si chiamava Santino Clementi, il quale aspirava concorrere quale consigliere al Comune di Viterbo. All'inizio ebbi poca simpatia verso di lui, poi, frequentandola a causa di un malaugurato mal di denti, potei apprezzare la sua modestia.
Non mi sbilanciai nel promettere aiuto, il tempo mi avrebbe consigliato il da farsi. Diventammo amici, politicamente inseparabili. Ho intrapreso per lui varie campagne elettorali di cui, con poco entusiasmo, ne parlerò appresso.

Una persona che, a mio parere, merita essere ricordata per la sua operosità è il commendatore Carlo Minciotti, a cui si deve molto per la  ricostruzione di Viterbo; fu  vice sindaco al Comune di Viterbo, con il sindaco avvocato Felice Mignone, poi presidente dell'Istituto Autonomo Case Popolari della provincia di Viterbo, fino a quando subentrò a lui l'avvocato Gastone Filippi. Penso che l'unico ex amministratore comunale, a cui è stata, meritatamente, intestata una via, sia proprio il compianto commendator Carlo Minciotti, a cui va il mio caro ricordo.
Voglio raccontare un episodio che mi è tornato alla mente per il solo fatto che giorni addietro ho incontrato il professore Corrado Buzzi, già assessore comunale, in rappresentanza del P.L.I.
Il posto che occupava l'emblema del Partito, nella scheda elettorale e nei manifesti, era lo stesso della presentazione della lista elettorale in Comune. Il giorno che scadeva la presentazione delle liste, ci fu un duello tra Buzzi ed il sottoscritto; stava per scadere il termine, il segretario iniziò a contare partendo da cinque verso lo zero. Furono momenti palpitanti, entro le ore 12, le liste dovevano essere depositate sul tavolo; mancava un secondo alla scadenza; gettammo i plichi stando con i piedi fuori della segreteria; il mio plico cadde sopra a quello di Buzzi, quindi la lista di Buzzi toccò il tavolino prima della mia, quindi io arrivai ultimo; avevo vinto il duello al quale assistettero, trepidanti, molti cittadini.

Nel corso dell'anno i miei genitori mi consentirono di trascorre le vacanze a Gubbio; fu una esperienza magnifica, a cominciare dal viaggio, alla permanenza in casa di nonna Assunta e zio Emilio, sempre affettuosi e cari.
Non da meno erano gli altri zii, dallo zio Ubaldo, zio Dante, zio Peppino e zia Peppina con le relative famiglie ed in particolare con zia Letizia.

A proposito della zia Letizia, sorella del babbo, voglio raccontare quanto segue.
La zia mi invitò a pranzo nella sua piccola abitazione, mi fece un ottimo pranzo a base di pastasciutta fatta in casa, piccioncini, bistecche e con ottime castagnole con il miele.
Seppi, poi, che, per procurarsi il miele, fece a piedi una decina di chilometri per andare a prenderlo dalla sua cugina Santina.       
Oggi, cara zia Letizia, l'unica cosa che posso fare per te è pregare e venirti a trovare al Cimitero di San Lazzaro. Sei qui grazie all'affetto della mamma e del babbo, che hanno fatto sì che da Gubbio, dove sei deceduta il 25 dicembre 1969, fosti traslata a Viterbo dove ora riposi nella pace del Signore.
A Gubbio trascorsi oltre un mese tra l'affetto di tutti e il corteggiamento di belle bambine. Intanto in famiglia si ritenne utile acquistare dai signori Petroselli, genitori di Vittorio, titolare del bar in piazza della Vittoria, la licenza di commercio per la vendita al minuto di frutta e verdura in via della Cava n.3.
Era una attività che aveva un certo avviamento commerciale, in quanto i signori Petroselli la gestivano da molti anni. L’esercizio commerciale fu curato da Bruna e da me per un certo periodo, tanto per non stare in ozio.
Le giornate le trascorrevo tra l'affetto infinito e contraccambiato di mamma, babbo, Bruna, Vinicio e il piccolo Mauro. Appena pranzato andavo al bar Petroselli detto "la kasbah", dove era una bellissima sala biliardi, sotto il controllo dell'americano.
Il gioco che mi affascinava, e non ero uno dei peggiori, era la boccetta e l'Italiana con la stecca. Miei compagni di gioco erano, normalmente, Elio Fontana e Giorgio Proietti.

Spesso si facevano scampagnate con amiche che allietavano la nostra età, ricevendo in cambio un'amicizia sincera e disinteressata. Quasi tutte le domeniche organizzavamo feste da ballo che, a turno, si tenevano nelle nostre abitazioni.
Dal signor Galliano Lorenzini, con negozio al n. 4 di via della Vittoria, si acquistava il Vermouth o la Marsala; dal pasticcere si compravano le paste che, durante la pausa del ballo, servivano per fare bisboccia. La spesa veniva divisa, in parti uguali, fra i maschi; le donne erano gradite ospiti.
Durante gli incontri sbocciavano amori e simpatie fra i quali tre o quattro coppie sono giunte al matrimonio. Ballare era la mia passione, i balli che maggiormente gradivo erano il valzer, la polka e il tango.   
A volte, con l'auto Augusta, di proprietà del signor Orlando, padre di Emanuele Filiberto Pace, che la prendeva di nascosto, facevamo escursioni in provincia.
Una sera che pioveva a dirotto, venivamo da Vetralla, verso Ponte di Cetti due  carabinieri in bicicletta, bagnati come pesci, ci fermarono, uno dei due, con una lampada tascabile, tentò di vedere i nostri volti, ci riconobbe dicendo: "Ah, vi vedo spesso dalla zia", fu una risata generale. Uno di noi girò la lampada verso il volto del carabiniere e riconosciutolo, calorosamente lo salutammo.
Un'altra domenica avevamo l'intenzione di fare una gita, sempre con la macchina di   Pace che era posteggiata sul piazzale del Paradiso, lui abitava al n.16.
Con Filiberto, oggi stimato medico, andammo per prendere, la macchina, ma ci accorgemmo che il padre aveva tolto la batteria; non ci demmo però per sconfitti, rimediammo una batteria, che prendemmo nel garage, dove mio padre teneva la Topolino. Sistemata la batteria andammo a Soriano nel Cimino ma, nell'abbordare una curva, la macchina sbandò, facendo testa coda. La parte posteriore andò a sbattere contro il muretto del ponte, per fortuna la macchina riportò solo una piccola ammaccatura.

Un Venerdì Santo partimmo, a piedi, da Viterbo e andammo a Bagnaia per vedere la processione del Cristo Morto. Il gruppo era così composto: Elio Fontana, Mario Laurenti, Gabriele Mancinelli, detto Lello, Mario Mancinelli, detto Ciccio, Dino Massi, Giulio Municchi, Giorgio Proietti, Giacomo Scarsella ed io; quella sera mancava Angelo Petroselli.
A Bagnaia quasi tutti mangiarono la porchetta e bevvero vino; io e qualcun altro, che ci tenevamo al rispetto della vigilia, mangiammo uova sode e lupini; per bere, non gradimmo il vino, ma una gassosa, nella caratteristica bottiglietta con il tappo a pressione. E' comprensibile il fatto che dopo aver assistito al passaggio della processione siano volati dei complimenti verso le belle Bagnaiole.
La cosa non fu gradita ai Bagnaioli, i quali ci attesero sul ponte impedendoci di attraversarlo.
Le soluzioni erano due: o saltare il ponte, ma non era "consigliabile", o rimboccarci le maniche e affrontare i Bagnaioli.
La lucidità, di chi non aveva bevuto vino, riuscì a far calmare i bollenti spiriti dei Bagnaioli, facendogli capire che noi si andava a Bagnaia una o due volte l'anno; mentre loro dovevano venire a Viterbo, per lavoro o per studio, tutti i giorni, quindi una loro aggressione contro di noi, sarebbe equivalsa a cento nostre aggressioni contro di loro.
Tutto filò liscio, fino a quando Giorgio, che credeva essere un uccello, gridando: "cip cip cip" voleva volare dal ponte. Fui svelto come un fulmine, presi Giorgio, che stava in piedi sul parapetto del ponte, e lo trattenni; evitai così una sicura tragedia.
Come pure guai ci furono dati da Giacomo che, per fargli smaltire la sbornia, alla Quercia, lo immergemmo dentro la fontana.  
Giunti a Viterbo, si poneva il problema di accompagnare a casa, chi non era in grado di farlo da solo. Accompagnammo Giorgio in via Chiusa, lo appoggiammo alla porta, bussammo e scappammo via. Il signor Eugenio, padre di Giorgio, aprì la porta, noi sentimmo che Giorgio, avendo veduto sul tavolo una bottiglia di vino gridava: "I bino... i bino!". Accertato che Giorgio era in buone mani, andammo via di corsa.
Arrivati all'altezza del palazzo Mancinelli, in prossimità dell'abitazione di Laurenti, ci accorgemmo che all'appello mancavano due persone, Lello e Mario Laurenti che    ritrovammo dentro lo scavo delle fondamenta di un palazzo in costruzione che ora fa angolo tra via Postumia e via Vicenza.
Tutto fu bello, tanto che ancora oggi, nel ricordare i fatti, un sorriso di rimpianto è vivo nei nostri volti; come è vivo, nel mio cuore, il ricordo di tutti, tutti i miei cari amici.

A proposito, dell'automobile del babbo voglio raccontare un fatto che è rimasto nel mio cuore, come lo fu in quello dei miei famigliari. C'è da premettere che, quando l'auto Topolino del babbo era in movimento, era difficile, per non dire impossibile inserire la prima marcia; c'è da tenere conto che le marce non erano sincronizzate come quelle attuali.
Una domenica a bordo della stessa era tutta la famiglia, eccetto me, che ero con gli amici; quindi, in tutto, erano quattro adulti ed un bambino di circa tre anni.
La destinazione di quel giorno, per la mia famiglia, era Bolsena passando da Montefiascone.
L'auto, alla guida del babbo procedeva, di qualche decina di metri, avanti al pullman  della Società Garbini, diretto a Montefiascone, guidato dall'amico del babbo, Giovannino Di Francesco che sapeva della difficoltà, che aveva il babbo, di ingranare la prima marcia, stando in movimento. Giunti alle falde di Montefiascone il babbo, proseguì diretto verso la salita che termina davanti all'Albergo Italia.

Giovannino rallentò la corsa del pullman, pensando che il babbo si sarebbe dovuto fermare, a causa della difficoltà accennata e della ripidezza della strada, oltre al carico che era sull'auto.
Mentre il motore perdeva i giri, il babbo, con decisione ed una doppia debraiata, inserì la prima e, con uno scossone, tra la meraviglia di Giovannino e di tutti i passeggeri del pullman, continuò il suo andare, soddisfatto della prestazione della sua fedele Topolino.

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