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La mia storia da Gubbio a Viterbo - Capitolo 7 PDF Stampa E-mail
Domenica 15 Gennaio 2012 17:28

Continua dal Capitolo 6 per ritornarci clicca qui

Ci si avvicinava all'anno 1955, Bruna, ed io iniziammo a pensare che, a febbraio, ricorreva il 25° anniversario del matrimonio dei nostri genitori, cioè sarebbe stata la ricorrenza delle nozze d'argento.

Pretendemmo, che babbo e mamma festeggiassero quella data con una visita a Santa Rosa, un bel pranzo ed un viaggio a Gubbio, con la Topolino, accompagnati dal nipotino Mauro che aveva quattro anni.
Furono fatti pensierini ai nostri genitori. Io certo di fare loro cosa gradita, promisi che mi sarei rimesso a studiare per conseguire il diploma di Ragioniere e Perito Commerciale.
Non per disprezzare gli altri doni penso che quello mio, sia stato per loro, ma anche per Bruna e Vinicio, il migliore.
Giunse l'8 febbraio, facemmo festa, salutammo gli sposi, che partirono per una quindicina di giorni. Intanto Bruna gestiva il negozio di via della Vittoria ed io quello di via della Cava, mentre Vinicio continuava a fare il suo lavoro.  
Tutto procedeva in sereno accordo, perché tra noi c'è sempre stato tanto, tanto affetto.
Ritornati gli sposi feci dei sondaggi per sapere cosa avrei dovuto studiare e cosa avrei dovuto fare per essere ammesso al IV Ragioneria; sì perché volevo tentare il salto triplo.
Fui sconsigliato a tentare l'ammissione al IV Ragioneria; mi consigliarono di andare tranquillo per l'ammissione alla III classe in quanto sarebbe stato come se i due anni di Tecnica fossero sostitutivi alle due classi del "Paolo Savi".
La prima cosa che dovetti fare, fu quella di trovare un insegnante di latino in quanto, per accedere al Ragioneria, necessitava sostenere un esame integrativo di latino  perché all'Avviamento non era previsto come materia di studio.
Per il latino andai dalla professoressa Marianna Sorbello, che abitava in strada Cimina; altre lezioni, per essere in grado di sostenere un esame in una scuola che non conoscevo, le presi, per chimica, dal professore Salvatore Battaglini, che abitava in via del Suffraggio, tuttora mio carissimo amico; per ragioneria e matematica, dal professore Ferdinando Montemari, che abitava in piazza Vittorio Veneto, più che insegnante era un caro amico, che ora gode la luce di Dio; per diritto dal professore Massimiliano Montanaro, che abitava in via Saffi, per la lingua inglese dal professore Filelfo Paccosi, che abitava in via delle Mura. Per le altre materie studiavo da solo, per esempio per la lingua italiana era sufficiente ripetere quello che la professoressa Luigia Giglio Donati ci aveva insegnato alla Scuola Francesco Orioli.   
Studiai, studiai tanto come, tanto fu l'aiuto che mi dettero i miei genitori nel mandarmi a lezione, che costava brave lire. Prima degli esami, su loro insistenza, vollero mandarmi, per una "rinfrescata", a lezione d'italiano, dal professor Mantovani, che abitava in via Sant’Agostino.
Arrivò il giorno degli esami; mi presentai sicuro di essere ammesso alla frequenza della III classe, insieme all'amico Vincenzo Bruzziches. Infatti, fu proprio così, fui ammesso alla frequenza del III    Ragioneria, Sezione C, la mitica sezione C, che è rimasta nei cuori di tutti gli studenti e dei professori, con i quali ancora, ci vediamo e   ci incontriamo a tavola, per rinverdire i nostri ricordi e le birbonate fatte.
Il mio arrivo al "Paolo Savi", fu oggetto di una particolare, meditata attenzione da parte dei docenti. Questo mi riferì il professore Ferdinando Montemari: "Pur non conoscendoti, hanno avuto sentore della tua personalità, per non dire ‘fama’, relativamente ai rapporti con le compagne di scuola e, addirittura, hanno alluso ad una  particolare simpatia che avrebbe una professoressa nei tuoi riguardi la quale ha avuto una discussione con una collega, che propendeva per te".
Ciò giocava sfavorevolmente alla mia posizione scolastica. Con buoni propositi e tanta volontà iniziai l'anno scolastico con i professori: Elena Duca, italiano e storia; Ferdinando Montemari, ragioneria e tecnica; Antonino Rositani, matematica; Mario De Faccendis,  diritto; Salvatore Battaglini, chimica  e merceologia; Lia Sperapani, geografia economica; Elsa Vannucci, inglese; Gabriello Currò, educazione fisica; don Pietro Frare,  religione. preside dell'Istituto Tecnico Commerciale "Paolo Savi" era il professor Adolfo Speranza, che mi prese a benvolere, come diceva lui, "sebbene il biglietto da visita che avevi quando sei arrivato". Vice preside era Gabriello Currò, che era un trascinatore ginnico, che portò l'Istituto, per tanti anni, ad essere il primo della provincia.
La classe era così composta e rimase tale fino al 1958, data del diploma: Luigi Alunni, Mario Barbati, Sergio Bastiani, Giancarlo Bettini, Valentino Brunori, Quintilio Capati, Giovanni Colla, Guido Crisanti, Pompeo Di Andrea, Francesco Felli, Bruno Gregni, Franco Iovenitti, Bruno Matteacci, Antonio Mattei, Francesco Miceli, Riccardo Migani, Mario Minissi, Arnaldo Moneta, Vittorio Pannucci, Paolo Pantalei, Pietro Pezzato, Giancarlo Ricci, Ciro Rufino, Giorgio Ruggeri, Emilio Santini, Giuseppe Sirena, Giorgio Taurchini, Carlo Alberto Toniolo. Mio compagno di banco era Sergio Bastiani.

In quel periodo, Vinicio e Bruna, acquistarono, dal commerciante Vittorio Ranaldi, con negozio in via Matteotti, una bellissima motocicletta Parilla 175 cc. "Paperina" di colore nero con il serbatoio rosso. Era uno spettacolo!   
Quando la vidi, nel retro-bottega, impazzii di gioia, Bruna disse: "Gli hai fatto tante feste, come se fosse la tua..., ma è anche la tua, vero Vini?" Mio cognato, Vinicio, annuì e quando la moto non gli serviva per andare al lavoro, mi consentiva di usarla. Ricordo che qualche mattina andavo a scuola con la moto, tutti venivano intorno per vederla; era una cosa magnifica!

Vinicio, con alcuni amici, prese dei lavori a Montalto di Castro, nella zona dell'Ente Maremma; ogni tanto Bruna voleva portargli il pranzo; ricordo che gli cucinava dei    piatti prelibati, che gli portavamo con la moto: univo l'utile al dilettevole.
Anche se all'epoca non era obbligatorio indossare il casco, ne avevamo uno rigido di colore rosso e nero che indossavo io, con un bel paio di occhiali e un paio di guanti da corridore e gli immancabili stivaletti. Mi si creda, si era giunti all'assurdo, Vinicio mi diceva: "Ti serve la motocicletta?". Logicamente la risposta era sempre negativa, ma lui faceva in modo che anch'io godessi dell'uso della Parilla.
Ricordo che la moto aveva il tubo di scappamento a destra, ogni tanto dovevo cambiare la marmitta perché quando abbordavo le curve strisciava per terra.

Alla domenica si andava al mare, mamma, babbo, Vinicio e Mauro partivano al mattino, con la Fiat Topolino, portando il pranzo e quanto necessario; mentre Bruna ed io, che tenevamo il negozio aperto fino alle ore 13, con la moto raggiungevamo poi i nostri famigliari per l'ora del pranzo che le donne di casa avevano preparato sin dalla sera precedente e cucinato al mattino.

Giunse anche il momento di avere una abitazione, migliore di quella che avevamo, ci trasferimmo in un appartamento al Pilastro, in via Cesare Pinzi n. 9, interno 5.
L'appartamento, assegnato ai due nuclei familiari, Giuseppe Matteacci e Vinicio Galeotti era, al terzo piano e si componeva di tre camere, una sala, una cucina, corridoio e bagno, oltre ad uno scantinato. Io ho diviso la camera da letto con Mauro, fino a quando con il babbo e la mamma ci trasferimmo in via Leonardo da Vinci n.17, abitazione che è divenuta di proprietà di mamma. Il nuovo appartamento, sito al 3° piano, è piccolino, ma carino; si compone di una camera da letto, un sala, dove dormivo io, un ingresso, corridoio, cucina e bagno, oltre ad un ampio scantinato, due sgabuzzini ed un bel terrazzo, che il babbo chiuse, parzialmente, con una veranda in ferro.
A Bruna e Vinicio rimase un ampio appartamento di circa 98 metri, più che sufficiente per il nucleo familiare che, il 3 gennaio 1959, aumentò per la nascita di Carlo Galeotti.

Nell'ambito della politica, mi destreggiavo in maniera soddisfacente, ero benvoluto ed avevo già un certo peso politico derivante anche e soprattutto dal seguito che avevo nella  base elettorale.
A scuola le cose procedevano bene, dopo la frequenza della terza classe, frequentai la quarta e la quinta con ammissione agli esami di diploma.
Gli esami furono affrontati con serenità, avevo studiato in compagnia di vari amici, come Giorgio Taurchini, Arnaldo Moneta, Emilio Santini, Sergio Bastiani e altri che non ricordo.
Il giorno degli esami mi presentai vestito di scuro, tranquillo e sereno; il primo esame che sostenni fu quello d'italiano. Dietro alla scrivania erano tre professori uno dei quali mi declamò un brano di una poesia e più precisamente: "Oh pianta alta e ombrosa / tu che fai ombra al morto che riposa / nella bara dell'eterno sonno / fa sì che quella sosti sotto il tuo sommo / e gigantesco ombrello / morì di mio padre il fratello /  io piansi e mi rivolsi a Dio / per la salvezza del mio caro zio....".
Poi mi chiese: "Conosce l'autore?". Con grande sorpresa ascoltai quella poesia, rimasi di stucco, come si suol dire in certe occasioni risposi: "Modestamente professore, l'autore sono io, per il solo fatto che lei ha declamato i miei versi, per me è come se avessi già superato gli esami". Lui replicò: "Mi risulta che lei svolge attività politica; si vede e si sente, mi parli, ora, della differenza che trova nel Manzoni, leggendo le sue opere: "Il 5 maggio e i Promessi sposi". Non fu difficile dare la risposta, feci un figurone.
Qui terminarono i miei esami d'italiano. Gli altri esami furono una passeggiata. Tutto terminò positivamente con una stretta di mano ed un augurio, che nella vita mi ha fatto molto comodo.
Non sto qui a raccontare la felicità che ci fu in famiglia quando seppero della mia promozione, il babbo disse: "Cocco ce l'abbiamo fatta!".
Avrò peccato di immodestia, ma appena avuto in mano il diploma di Ragioniere e Perito Commerciale, andai dal signor Giuseppe Salvotti, titolare della tipografia "La Commerciale" in via Matteotti, per ordinare cento biglietti da visita con tanto di "Rag.", che il caro signor Giuseppe non volle farmeli pagare.

Erano gli anni che un giovane si guarda intorno e se, come capitò a me, gli fanno capire che è un bel ragazzo, la vita diventa movimentata, agitata, tormentata e bella da vivere.
L'ape vola da fiore in fiore e si nutre; così io svolazzavo: da bionda a mora, da rossa a castana, da adulta a giovane; da città a paese; da Viterbo a Gubbio, Roma ed altre città; e... amavo!
Il tempo non mi mancava, la faccia tosta l'avevo; il resto me lo aveva dato Dio e i miei genitori!
Ma non tutte le ciambelle, vengono con il buco. Pazienza, ci si deve accontentare, perché "domani è un'altro giorno".
Di fiori ce ne erano tanti, bastava dargli, ogni tanto, una spuntatina ed una annaffiata; importante era evitare le "piante rampicanti" e "l'edera" che, normalmente, soffocano le piante sulle quali si attaccano o muoiono insieme alla pianta.
Questo è, e sarà l'unico riferimento al "mondo della donna" perché nessuna deve essere esaltata, come nessuna deve essere umiliata; perché una e tutte, tutte e una, in quel momento che furono, mi resero soddisfatto!
Avevo scritto "felice"  ma il mio carissimo amico don Bruno Marini, al quale ho confidato il mio pensiero, mi ha fatto ricredere; ha ragione, come ha sempre avuto  ragione, quando mi dava i suoi preziosi consigli.

Tanto per alleggerire lo scritto, voglio raccontare un episodio che avvenne in epoca elettorale. Al Comitato Provinciale della D.C. presi un'autovettura, predisposta con l'altoparlante, per annunciare un comizio che l'onorevole Jozzelli doveva tenere nella serata a Monterosi.
Partii da Viterbo in compagnia dell'amico Alberto Delle Monache, strada facendo, con il microfono, invitavamo gli elettori a votare per la D.C. e dare le preferenze ad Andreotti, Bonomi e Jozzelli. Giunti sulla piazza di Monterosi, facemmo l'annuncio previsto e ci fermammo davanti ad una Fiat 500, che aveva gli sportelli controvento. Ad un certo momento vedemmo che una bellissima signora stava aprendo lo sportello per entrare in auto; davanti a quel bello spettacolo, Alberto disse: "Guarda, guarda che belle gambe!".
Nella piazza risuonò il nostro stato di meraviglia; ci eravamo distratti e non calcolammo che avevamo l'altoparlante acceso e al massimo volume. La bella signora, compiaciuta, ci sorrise mentre le persone, che erano in piazza, annuirono.
Noi partimmo di corsa, vergognandoci dell'accaduto.
Normalmente si organizzavano sempre due o tre comizi, quella sera l'ultimo comizio si teneva a Roma-Prati.
Ricordo che, con gli altri collaboratori della campagna elettorale, quel giorno ci demmo appuntamento a Roma per ascoltare e vedere il comizio del "Capo", come chiamavamo l’onorevole Jozzelli.
Per l'onorevole fu una bella sorpresa vederci e, al termine del comizio, ci offrì la cena al ristorante Cesare Augusto, che si trovava nei pressi di Corso Francia.
Al termine delle elezioni l'onorevole Jozzelli, che ebbe una bella affermazione, stanco e soddisfatto decise dopo qualche giorno di andare a Chianciano, non prevedendo quello che sarebbe avvenuto.
Ci giunse una telefonata con la quale ci fu detto che Jozzelli era stato nominato Sottosegretario alla Difesa  e che si doveva presentare urgentemente a Roma per il giuramento.  
Il sindaco Salvatore Arena, Santino Clementi, Orlando Pace, Mauro Galeotti ed io partimmo da Viterbo e ci recammo a Chianciano dove trovammo, lungo la strada del paese, l'onorevole, che stava passeggiando, al quale comunicammo la bella notizia. Contattammo subito la Polizia Stradale che accompagnò l'onorevole a Roma il quale fece appena in tempo a presentarsi davanti al Presidente del Consiglio, per prestare il giuramento di rito.
Al ritorno, felici di avere un Sottosegretario nella persona dell'amico Attilio Jozzelli, ci fermammo, lungo la strada Umbro Casentinese, nel ristorante "da Biagio" dove   mangiammo pastasciutta, varie qualità di carne con dell'ottima anatra arrosto e brindammo in onore del "Capo", l'onorevole Attilio Jozzelli.
L'anno del Signore 1958 lo ricordo con un'ottica particolare. Ci tenevo a guardare il domani con un occhio diverso dal passato. Varie vicende politiche della nostra Viterbo  mi avevano spronato a "fare" per chi e a "dare" a chi; si trovava in condizioni non tanto brillanti.

Il 22 Maggio1956 fui sottoposto a visita medica al Celio Militare in quanto volevo provare a non fare il militare a causa dell'incidente stradale che ebbi nel 1952; il risultato fu negativo, fui idoneo.  
Avevo l'età prevista per la visita medica di leva, che sostenni il 18 Novembre1957, prima nei locali della Rocca Albornoz, poi in via Cardinal La Fontaine, dove ottenni, per motivi di studi, il rinvio con il 2° scaglione del 1937.
Però feci queste considerazioni: "Dovrei partire nel giugno, luglio 1959; se invece, partissi volontario, nel 1958, con la classe del primo scaglione 1937, dato che ho già il rinvio, quando è luglio ho già fatto sette mesi di militare, dei diciotto che debbo fare; prima parto e prima ritorno; può darsi che questo anticipo mi può dare la possibilità di trovare un impiego".
Presentai, subito al Distretto Militare di Viterbo, una domanda per essere arruolato con il primo scaglione della classe 1937.
Intanto nella D.C. viterbese c'erano scontri fra le varie correnti. Sì, purtroppo, erano nate le "correnti" interne al Partito. Ricordo, non con piacere, che un gruppo della sinistra D.C. a cui faceva capo il compianto Ettore Guidobaldi, con gli amici Ovidio Cusi, Giorgio Puri, Aldo Centolani, Alfredo Tola, Luigi Paradiso, il professor Fanti ed altri, di cui non ricordo il nome, crearono una fronda che si dissociò dalla maggioranza e, non avendo una sede politica, effettuarono le elezioni, interne del gruppo, dentro al cassone di un camion parcheggiato nelle vicinanze di San Leonardo. Il gruppo, da quel giorno, prese il nome: "Gli Amici di San Leonardo".
Il ragionier Mario Paternesi era il segretario politico del Comitato comunale della D.C. ed io ero il vice segretario comunale e il segretario amministratrivo, al posto del cavalier Giovanni Cardoni. Quest'ultima carica la tenni pochissimo, in quanto mi dimisi, a seguito di una scorrettezza, fatta da una certa persona che, per quieto vivere, non nomino, ma cito l'episodio.
Fu chiesto, a mia insaputa, un contributo economico a Giulio Andreotti, il quale, molto correttamente, mi scrisse per informarmi della richiesta. Non ci sono commenti, come non ci furono all'epoca; preferii tacere e dimettermi, anche in considerazione del fatto che in quel periodo si entrò nell'ottica di aprire nuove sezioni della Democrazia Cristiana e più precisamente: al Pilastro, a Pianoscarano, all’Ellera e ai Cappuccini.
Per quanto riguardò la Sezione del Pilastro trovai dei locali, al piano terra, in via San Faustino n.19, che presi in affitto dal signor Eraldo Damiani. Rimediai due tavoli, un armadio ed una scrivania, trenta sedie ed acquistai, dal signor Lamberto Vittori, in via Matteotti, una macchina da scrivere portatile.
Io non potei assumere incarichi politici perché ero prossimo a partire per il servizio militare, quindi si nominò commissario, in attesa della individuazione degli iscritti e la elezione degli organi sezionali, il dottor Costantino Kuzminsky, degna persona, al di sopra delle parti.
Dopo pochi giorni mi giunse la cartolina per partire e raggiungere il reggimento; la classe 1937 era già stata arruolata da circa venti giorni. Lessi, con stupore, la destinazione, che era la Sardegna; feci le mie rimostranze a chi di dovere ottenendo buoni risultati, fui destinato all'80° Reggimento Fanteria "Roma" C.A.R. -2 M.O. di stanza ad Orvieto.
Il pomeriggio del 14 dicembre1958 partii da Viterbo, lasciando i miei cari addolorati, io non ero da meno; giunsi a tarda sera ad Orvieto; attraversai la grande piazza, antistante la Caserma e mi avvicinai alla sua porta di accesso. Il  piantone  mi rivolse la parola dicendomi: "A recluta c'hai 'na sigaretta?". Visto, che oltre a lui c'era anche la sentinella nella garitta, gli stavo per dare quattro sigarette ma, ascoltata la successiva frase: "Hai da scoppia’", mi fece ricredere; gli detti solo due sigarette, aggiungendo a quanto detto: "Intanto scoppia tu, io questa sera me ne vado in albergo". Andai a cena e a dormire, anche se non chiusi un occhio.
Al mattino del 15 novembre 1958, verso le otto entrai in caserma; ricordo che ero vestito con un gessato, con camicia bianca e farfalla al collo, con scarpe di capretto ed una elegante borsa da viaggio.Varcai la soglia dell'ingresso della Caserma e, davanti ai miei occhi si presentò un immenso piazzale dove erano alcuni militari che con le ramazze lo stavano pulendo.
Riconobbi un mio amico di Viterbo che faceva il fornaio nel panificio del signor Mario Gasbarri, in via della Cava, il quale esordì dicendo: "Ragionie’, non stiamo a Viterbo, qui si ramazza!". Certo fu un brutto biglietto da visita della caserma nei miei confronti.
Fui destinato, alla 6^ Compagnia, 3° Plotone, che aveva sede proprio davanti all'ingresso, sopra allo spaccio e al refettorio. Il primo impatto lo ebbi in fureria, dove mi presero in "forza"; poi fui avviato al magazzino, dove mi dovetti spogliare, lasciando il mio elegante gessato, con tutto il resto che avevo e mettermi, non dico e vestirmi, la divisa che mi dettero perché era come un sacco.
Andai alla sartoria interna, “unsi”, con qualche centinaio di lire, mi presero le misure e, seduta stante, mi cambiarono la divisa. Quello, per loro, era un sistema buono per fare qualche lira.
Nel momento in cui entrai nella camerata provai un senso di repulsione, un cattivo odore mi colpì, c'erano i finestroni chiusi, era una giornata fredda con molta nebbia, cosa che ad Orvieto è normale.
Il mio posto letto doveva essere nel secondo "castello", nella parte inferiore, però grazie alla benevolenza del commilitone Rossi di Roma, al quale regalai delle sigarette, potei cambiarlo con quello al di sopra, che era di mio gradimento in quanto sopra di me, non c'era nessuno, mentre, alla mia destra, era il letto di Benito Vitali, di Bari, via F. Crispi-Case Popolari G/28, con il quale divenni subito amico inseparabile, non da meno fu l'amicizia che intrapresi con Emilio Rozzi di Milano, via Ampere 25.
Con Benito ci siamo riveduti, dopo molti anni, a casa mia e a Bari, quando andai per un convegno dell'ANCI, come direttore dell'Ufficio Tributi del Comune di Viterbo, mentre con Emilio ci siamo sentiti, un paio di volte, per telefono.
Erano appena passati un paio di giorni, dal mio arrivo in caserma ad Orvieto, che chiesi, al comandante del plotone, di voler parlare con il colonnello comandante.
Sembrava che avessi chiesto di parlare al Papa, il sottotenente, a cui mi ero rivolto, mi rispose: "Sì, ora ti faremo parlare con il ministro!!!".
La mia risposta fu lapidaria: "No, signor tenente, io voglio parlare con il colonnello comandante, Ettore Radica, perché con il ministro ho già parlato!".
L’ultima risposta del sotto tenente fu: "Apetti, le farò sapere". Notai subito che, alla prima risposta dell'ufficiale, mi fu dato il tu, mentre alla successiva mi fu dato il lei.
Il giorno successivo cercai il sottotenente, senza alcun risultato. Avevo fretta di parlare con il colonnello perché ero già stato comandato come piantone alla camerata, dalle ore 20 alle 22; quindi quella sera non sarei potuto andare in libera uscita.
Decisi di avviarmi verso la palazzina comando, che aveva sede alla destra dell'ingresso. Quel tremendo piazzale non finiva mai, più camminavo e più la palazzina mi sembrava lontana.
Giunto davanti al portone, un graduato mi chiese dove andassi, risposi: "Mi aspetta il signor colonnello comandante".
Il graduato si spostò e lì incominciò la manifestazione della mia imbranatura.
Bussai alla porta del colonnello, mi fu detto: "Avanti!"; entrai, impacciatissimo; il  colonnello, che penso capì la mia situazione, domandò: "Lei chi è, cosa vuole?".
Risposi: "Sono il ragionier Bruno Matteacci..." non finii la risposta che il colonnello soggiunse: "Lei è la recluta Bruno... non ho ben capito il cognome, che dovrebbe stare sull'attenti, non tanto per me, quanto per la bandiera".
A questo punto si avvicinò un ufficiale, molto alto, seppi poi essere il capitano Bianco, aiutante maggiore del colonnello, il quale parlò sottovoce al comandante, che alzò la cartellina sottomano, estrasse una lettera, la lesse e mi disse: "Da domani mattina lei prende servizio, all'Ufficio Presidio, con il maresciallo Carlo Del Sole". Iniziò così la mia bella vita da militare ad Orvieto, con la qualifica di scritturale insieme al caporale Dario Ceraso, con il quale, il 16 gennaio 1959, facemmo una fotografia, nel nostro ufficio, mentre il 24 dicembre 1958 feci delle fotografie in camerata, stando sull'attenti, tra il mio letto e quello del capo squadra.
Conobbi, in quel periodo, il maresciallo dei Granatieri Raimondi, di Viterbo, il quale era maestro della banda musicale e ritrovai anche il vecchio amico viterbese, Selvaggini con il quale feci un po’ di fotografie.
Non avevo mai indossato gli scarponi in quanto esonerato da tutti i servizi.
Il giorno precedente al giuramento, che volli fare, mi accorsi che non ero più in possesso degli scarponi, me li avevano rubati; l'indomani, per sfilare, era d'obbligo indossare: la tuta mimetica, gli scarponi, le ghette, il cinturone, l'elmetto ed imbracciare la gloriosa carabina Winchester.
Dopo aver fatto qualche telefonata, riuscii a trovare quanto necessario per essere vestito in ordinanza. Fino al giorno del giuramento non era consentito indossare, sul bavero della divisa, le mostrine che erano di colore rosso con due strisce gialle; i colori di Roma.
Il 21 dicembre 1958 presenti in tribuna, in prima fila, erano babbo e mamma; giurai fedeltà alla Patria, fu una giornata indimenticabile; nel momento che, nell'aria, risuonò l'eco del grido: "Lo giuro!", un brivido di commozione attraversò il mio corpo.
Emozionato sfilai, con il mio plotone, all'ottava fila di testa, a sinistra. Trascorsi la giornata con i miei genitori, che vennero ad Orvieto con la Topolino; andammo poi a mangiare fuori dalla caserma.
Alla sera, mentre rientravano verso Viterbo, ricordo che, tra una lacrima e l'altra, seguii il loro viaggio guardandoli dalla rupe di Orvieto; per un poco seguii la luce dei fari dato che all'epoca di auto in circolazione ce ne erano poche.
Ogni volta che i miei cari venivano con l'auto e si fermavano fino a tardi, stavo in pensiero per il loro ritorno.
Arrivò il giorno di fare le famose dolorose iniezioni sul petto; al mattino, di una giornata fredda e nebbiosa, ci inquadrarono davanti ai bagni, ordinandoci di fare la doccia con acqua calda, poi, ad alta voce, ci ordinarono di togliere il sapone; per spronarci a fare presto, ci tolsero l'acqua calda, mandando quella fredda.
Data la brevità del tempo a disposizione, alcuni rimasero insaponati. Sempre incolonnati dovemmo presentarci, subito, davanti ad un ufficiale medico e ad un infermiere per fare la famigerata puntura. Uno degli aghi, quando lo estraevano dalla carne strappava, causando la fuoriuscita di sangue.
Mentre mi facevano la puntura non volevo guardare il petto perché già sapevo, che alla vista del sangue, sarei svenuto in quanto, a Viterbo assistetti, a Porta Romana, ad un incidente mortale di un ragazzo che, finì con la testa sotto alle ruote di un autotreno. Da quel giorno, come vedevo una goccia di sangue, perdevo i sensi.
L'ufficiale medico mi ordinò di guardare; guardai, sentii il tocco dell'ago e, appena vidi la goccia di sangue, che uscì dal foro praticato dall'ago, svenni.  
Cosa che non capitò alla seconda iniezione perché non condivisi l'operato, seguito a suo tempo, in quanto il corpo subiva una reazione derivante dalla doccia e dalla paura.
Sapendo di dover fare la puntura, la sera precedente mi preoccupai di fare la doccia, in una struttura a pagamento e il mattino successivo, bevvi un bel grappino e mi presentai a fare la iniezione.
L'ufficiale in servizio mi voleva imporre di fare la doccia, io rifiutai dicendo che non ne avevo la necessità in quanto l'avevo fatta la sera precedente. Feci la puntura senza subire l'inconveniente della prima volta.

Una cattiva esperienza l’ebbi quando fui colpito da una grossa febbre; al mattino marcai visita e fui sottoposto a visita medica in infermeria dove sul tavolo avevano un barattolo pieno di pasticche che venivano date a tutti, come se tutti avessimo avuto la stessa malattia.
Durante la notte mi sentii malissimo, chiamai, ma nessuno venne a prestarmi qualche cura, allora mi avvolsi con un paio di coperte da campo e tornai in camerata dove avevo la certezza di poter ottenere un aiuto. Tutto ebbe fine nell'arco della giornata, potei così andarmene all'Ufficio Presidio per lavorare.
L'essere in servizio al Comando, come detto, mi esonerava da tante incombenze.
Una mattina, mentre stavo in ufficio con il Comandante e il maresciallo Carlo Del Sole, sentimmo cantare i militari del mio battaglione, che stavano per andare a fare i tiri al poligono sul fiume Paglia, spontaneamente dissi: "Beati loro!".
Il colonnello, che mi voleva bene, disse: "Bruno, se lei vuole, può andare”.
In un attimo mi recai nella camerata, mi spogliai e indossai la divisa e la tuta mimetica con i tremendi scarponi che erano diventati rigidi e duri.
Mi presentai al comandante del plotone e partimmo.
Una volta giunti nelle vicinanze del fiume Paglia dove, in qualche punto, era ancora la neve, incominciammo le seguenti esercitazioni: lancio della bomba a mano "S.R.C.M"; tiri al bersaglio "sagoma uomo", da posizione: sdraiati, in ginocchio e in piedi con "Moschetto 91/38", "Garand", e "Winchester"; inoltre prima della fine delle esercitazioni, ci fecero sparare con il M.A.B. sia a colpo singolo che a raffica.
Il freddo divenne il nostro nemico, stare oltre due ore sulla linea di tiro significò  
aver fatto una esperienza da non dimenticare, in particolare quando, al termine della prova, si contarono i bossoli rimasti, e si rapportarono alle munizioni fornite dall'armiere.  
Mancava un colpo, la probabilità era che fosse rimasto, inesploso, nella canna di qualche arma. Subito dettero ordine di non sparare, anche a vuoto, perché si correva il rischio di sparare, involontariamente e fare qualche danno serio.
Durante il ritorno ero dolorante; gli scarponi, che avevo indossato solo il giorno del giuramento, mi avevano causato una vescica al piede; zoppicavo, ma l'orgoglio vinceva.

A vent'anni tutto può capitare, come capitò che il colonnello, passando con l'auto di servizio, guardandomi, mi ordinò di salire sull'auto, con la scusa che era urgente la mia presenza in ufficio. Salii e ci avviammo verso la caserma; il colonnello, carinamente, mi tolse dall'imbarazzo, sia del marciare che da eventuali giudizi dei commilitoni.
Il Natale 1958, non potei andare a casa in quanto facemmo dei turni; chi andava a casa per Natale non andava per Capodanno.
La vigilia la trascorsi da solo, girando per Orvieto letteralmente deserta.
Che delusione, mai mi sono sentito così solo quando intorno c'era aria di grande festa!
Il giorno di Natale venne a trovarmi mio cognato Vinicio, che arrivò, con una borsa in mano; per la prima volta lo vidi con il cappello. Mangiammo insieme quanto i miei cari mangiavano a casa. Non poterono venire per l’avanzata gravidanza di Bruna che attendeva l'arrivo di Carlo, che poi nacque, come ho già scritto, il 3 gennaio 1959.    
Era mia abitudine portare i capelli un poco lunghi, la sera del 24 gennaio 1959, mentre stavo per andare in libera uscita fui fermato dall'Ufficiale di Picchetto il quale, con un paio di forbici in mano, pretendeva dare una sforbiciata ai miei capelli.
Gli dissi che non si doveva azzardare a toccarmi, che era nella sua discrezione farmi uscire, o no, ma che non facesse un ulteriore passo verso la mia persona, perché non avrei risposto della mia reazione.
Tutto finì dopo tale discussione, il suo ordine fu: "Domani, quando uscirà, voglio vedere la sua testa, come quella degli altri". Durante la discussione, che prese un tono acceso, si formò un gruppetto di militari e il personale civile, che operava nella caserma, fra questi era il gestore della barbieria militare che l'indomani, 25 gennaio 1959, mentre il suo dipendente mi tagliava i capelli, sotto la sua guida, mi fece fotografare.
Sono stato ad Orvieto tre mesi, dove ero rispettato, apprezzato e amato.
Proprio questa ultima dote mi fu fatale.
La sera del 19 febbraio1959 seppi che ero stato trasferito da Orvieto a Sulmona.
Non ci volevo credere, perché avevo avuto assicurazione che avrei trascorso tutto il periodo militare ad Orvieto, ma ebbi la sventura di guardare, con troppa attenzione, la figlia di un ufficiale superiore, e di essere contraccambiato e forse, anche perché, non avallai l'operato di qualche fornitore.
Tanto per citare un episodio voglio raccontare cosa avveniva quando pesavano i quarti di carne di bue.
La carne, congelata, proveniva dall'estero, la scaricavano alla Stazione di Orvieto e la prendeva in carico una ditta locale che la conservava nei propri frigoriferi e, dopo scongelata, la consegnava alle cucine del Reggimento, previa  pesatura, allo scopo di verificare la differenza tra il peso della carne in arrivo, il calo per scongelamento e la quantità consegnata.
Mi accorsi che quando pesavano, su una basculla, le mezzene di bue, le stesse erano portate sulle spalle da due persone, di cui una magra e l'altra grassa.
Contavano le avvenute pesature e, alla fine, pesavano l'operaio magro e moltiplicavano il peso dello stesso per il numero delle pesate; il risultato veniva detratto dal peso totale.         
Era un modo di operare che consentiva attestare la consegna di una certa quantità di carne, mentre in realtà mi accorsi che, ad ogni peso, rubavano sette chilogrammi di carne; tale era la differenza di peso dei due operai.
Il coltello, dalla parte del manico, lo teneva qualche carogna che si avvalse della sua posizione e dell'assenza del Comandante, approfittando così di trasferirmi con la seguente motivazione: "Poiché al 17° Reggimento Fanteria "Aqui" M. d'O., di stanza a Sulmona, necessita un ragioniere, visto che Bruno Matteacci si è distinto, come scritturale, in questo Reggimento, lo si trasferisce".
La sera che seppi del mio trasferimento sentii la necessità di avvisare i miei genitori, quindi dovetti recarmi a Viterbo.
Vidi che, vicino alla pompa della benzina era un'autocisterna targata Viterbo, con scritto "Shell Molinari", approfittati, dato che conoscevo sia la ditta che l'autista; mi avvicinai chiedendo un passaggio.  
Aspettai nascosto tra la siepe della porta carraia, arrivato il camion, con un balzo salii; giunsi a Viterbo sul tardi; non sto qui a dire il dolore, che provarono i miei cari, nell'apprendere che ero stato trasferito a Sulmona, luogo che nessuno di noi sapeva dove fosse; guardammo una cartina geografica e ci rendemmo conto della nuova sede.
La mamma mi fece portare via i viveri tra i quali due piccioncini ripieni.
Non mi soffermo sulle vicende del viaggio, che fu fatto in "tradotta".
Il 21 febbraio 1959, giunsi a Sulmona, sede del 17° Reggimento Fanteria, Granatieri di Sardegna, "Aqui" M.d'O.
Avevamo le mostrine, con i seguenti colori: fondo giallo, con due righe nere, che portavamo sul bavero della divisa e, al braccio sinistro, avevamo uno scudetto, con fondo bianco, cordoncino d'oro con i quattro mori di Sardegna.
Alla Stazione di Sulmona, ci vennero a prendere con dei camion, ci rifocillarono con un goccio di brandy e, nel momento in cui stavamo inquadrati nel cortile, chiesero: "Tra voi ci deve essere un ragioniere, faccia un passo avanti". Mi presentai e subito fui avviato alla Compagnia Comando Reggimentale, con la qualifica di scritturale.
Nel momento in cui stavo prendendo possesso del mio posto letto, che era in basso, manifestai l'intenzione di fare il cambio con quello di sopra; fui avvicinato dal solito bullo romano il quale mi disse che gli avrei dovuto rifare la branda.
Dissentii e lui replicò dicendo: "A more’ io qui so’ er sinnaco o fai quanto chiesto o stasera sarti",  gli risposi dicendo: "Fai attenzione, oggi qui è arrivato il prefetto; questa notte non ti avvicinare perché potresti intruppare con il pugnale del Garand".
Dal commilitone, con cui stavo parlando prima della discussione, ebbi la possibilità di dormire sulla branda superiore ed io, per ringraziarlo, gli  regalai un piccioncino; lui rimase mio fedele amico, per tutta la durata del servizio militare a Sulmona.

La mia attività di scritturale la svolsi, prima in fureria, poi ebbi la seguente disposizione: prendere in consegna il materiale del, disciolto, 46° Reggimento Fanteria e passarlo al 17° Reggimento Fanteria "Aqui", mediante la compilazione di buoni di consegna e buoni di prelevamento. Era un lavoro come tanti; importante era essere tenuto in considerazione, essere rispettato e tornare a casa ogni tanto.
Infatti, a seguito dei buoni rapporti con il capitano Sigismondi, comandante la Compagnia ed il tenente Parenti, ogni tanto tornavo a casa, con una motivazione o l’altra; importante era andare a casa.  
Non tutti i ritorni a casa furono di piacere, ce ne fu uno che lasciò un segno non indifferente nel mio cuore.
Un giorno, nel tardo pomeriggio, ebbi notizia che mamma era malata, preoccupato della situazione chiesi una licenza, che mi fu subito concessa per la durata di quindici giorni; mi sembra che sia stata una licenza "per gravi motivi di famiglia".
Partii sul far della sera; non trovando, a Sulmona, un treno diretto a Orte, fui costretto andare a Roma e prendere un secondo treno per Orte. Giunsi alla Stazione di Orte Scalo verso le ore 23 e nessun treno era in partenza per Viterbo, come non trovai neppure un taxi. Tra i militari, che stavano dormendo in sala d'aspetto, non trovai chi volesse affrontare un viaggio, a piedi, fino a Viterbo.
La fretta di vedere mia madre era incalzante; decisi di avviarmi verso casa.
Era una notte fredda, indossavo un cappotto molto pesante e a causa della pioggia che veniva a catinelle, era diventato ancora più pesante.
Sebbene qualche automobile transitasse a quell'ora nessuno, al mio segnale di autostop, si fermò.
Giunto a Bagnaia verso le ore quattro, ebbi un passaggio da un camionista, che mi lasciò a Porta Fiorentina. Giunsi a casa e, grazie a Dio, riabbracciai mia madre che stava veramente male.
La mia presenza le dette un senso di tranquillità, sebbene mia sorella e il babbo le stavano vicino più del normale.
La forte fibra di mamma ebbe la ragione sul male e tutto riprese per il verso giusto.

Approfittai della mia presenza a Viterbo per organizzare, nella Sezione, un incontro nel quale decidemmo che la Sezione D.C. si chiamasse "Pilastro Monterazzano";  si prese atto dei nominativi dei soci che, d'ufficio, vennero trasferiti dalla ex Sezione alla nostra.
Come da programma, rientrai in caserma allo scopo di seguire il lavoro, relativo al passaggio dei beni da un reggimento all'altro che svolgevo sotto la direzione del maresciallo Secondo, di cui ho un bel ricordo.
Un episodio mortale offuscò la vita del reggimento; in una manovra di "campo" accadde che ad un militare sfuggì una bomba a mano che cadde sopra ad una cassetta piena di munizioni, fu un disastro il giovane militare fu investito in pieno stomaco dalla esplosione rendendo l'anima a Dio.
A Sulmona, notai certi fatti che non vidi a Orvieto, anche se c'era un certo piglia, piglia. Notai che il militare, quando veniva congedato, doveva riconsegnare quanto gli era stato dato nel momento dell'arruolamento, o meglio di quando giunse per la prima volta in caserma. Ad ognuno veniva richiesta, pena il pagamento: la riconsegna delle posate, che erano di volgare fattura e di materiale scadente; la restituzione del coltello e delle scatole di latta che contenevano, a suo tempo, il grasso e la vernicetta per le scarpe. Inoltre si dovevano riconsegnare: le lenzuola, le coperte e la federa del cuscino.
Per quanto riguarda il materiale, nessuno, dico nessuno, aveva conservato le posate e le scatolette, in quanto, dopo poco tempo, venivano gettate via, ad eccezione del coltello che era un molti uso, quindi si teneva gelosamente e a volte era preferibile pagare il valore richiesto, che era sempre troppo, rispetto al ricordo di un periodo della vita militare.
Quando il congedante consegnava le lenzuola e le coperte, le stesse venivano  meticolosamente controllate allo scopo di vedere se erano bucate da qualche  bruciatura di sigaretta. Quando dal personale, preposto al ritiro, veniva trovato il buco, al povero congedante veniva richiesto il pagamento della coperta o del lenzuolo.
Quest'ultimo non discuteva, pagava in quanto era desideroso di lasciare alle proprie spalle la caserma e tornare, dopo diciotto mesi, a casa.
C'è da osservare che quando dai C.A.R, arrivavano nuove reclute, venivano consegnate le lenzuola e le coperte, che giacevano in magazzino; erano quelle riconsegnate dai militari delle classi congedate. Quindi la coperta con il buco, che era stata pagata dal “nonno", entrava in uso alla ignara recluta, che poi, quando diventava a sua volta "nonno", pagava  nuovamente e così via. Qualcuno ci mangiava a sette canasse. Ma non finiva qui.

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